“Decolonizzazione dei musei europei: la liberazione delle divinità nere”

28.06.2025 20:35
"Decolonizzazione dei musei europei: la liberazione delle divinità nere"

I Paesi Bassi hanno restituito la scorsa settimana ben 119 bronzi del Benin alla Nigeria: si tratta di manufatti razziati dall’esercito britannico nel 1897 nell’allora Regno di Benin. Centinaia di opere di questo tipo sono esposte in vari musei e varie collezioni d’Europa, ma questa restituzione non è la sola avvenuta ultimamente. Nel corso degli ultimi anni diversi paesi occidentali hanno iniziato a riconsegnare opere e manufatti sottratti ai paesi che avevano colonizzato. Lo scopo è quello di decolonizzare i musei europei. Ma cosa significa?», riporta Attuale.

I musei europei e il loro patrimonio coloniale

Il British Museum custodisce attualmente circa 69mila manufatti africani. Anche il Louvre vanta moltissimi pezzi originari di questo continente, e possiede un dipartimento dedicato alle “Antichità Orientali”, comprendente opere provenienti da Mesopotamia, Iran e Levante. In Italia, il rinomato Museo Egizio di Torino è interamente focalizzato sulla cultura dell’Antico Egitto, risultando il secondo al mondo dopo quello del Cairo.

Questi sono solo alcuni esempi, ma i principali musei pubblici europei possiedono in totale oltre mezzo milione di oggetti provenienti dalle ex colonie dei rispettivi Paesi. “Secondo gli esperti, oltre il 90% del patrimonio artistico dell’Africa sub-sahariana si trova oggi al di fuori del continente, a causa dell’occupazione coloniale del XIX e XX secolo”, come scritto da Sarah Schug su The Parliament. Ciò implica che gran parte della popolazione africana sia privata dell’accesso alla propria eredità culturale e artistica.

Richieste di restituzione e cambiamenti nello scenario

Questo tema, sebbene sembri recente, comincia a risaltare già negli anni Sessanta, a seguito della decolonizzazione e dell’indipendenza di molte nazioni africane. Nel 1965, il beninese Paulin Joachim esortò i musei occidentali a “liberare le divinità nere”, che non hanno mai potuto adempiere al loro compito nell’universo ghiacciato del mondo bianco in cui sono trattenute.

La Nigeria ha avanzato la prima richiesta ufficiale di restituzione in un contesto coloniale nel 1972, ma questa venne accolto con indifferenza. Tuttavia, i primi risultati non si ottennero attraverso la diplomazia, bensì con compravendite durante aste di alcuni manufatti. Giuridicamente, non esistono leggi che regolino chiaramente queste rivendicazioni e, poiché è passato notevole tempo, i musei possono invocare la prescrizione. Tuttavia, nel corso dell’ultimo decennio, alcuni cambiamenti sono iniziati a farsi notare, probabilmente a causa di una trasformazione culturale e di sensibilità. Nel 2023, i Paesi Bassi hanno restituito 478 oggetti a Indonesia e Sri Lanka; poco prima, la Germania aveva riconsegnato 22 bronzi del Benin alla Nigeria, e il Belgio ha creato un quadro giuridico per restituire futuri beni, condividendo anche l’inventario del suo Africa Museum di Tervuren (120.000 oggetti) con i governi africani.

Il “diritto al patrimonio” dell’Africa

Un documento significativo che ha contribuito a questo cambiamento culturale è il rapporto Sarr-Savoy, commissionato dal governo francese e pubblicato nel 2018. La storica francese Bénédicte Savoy e l’intellettuale senegalese Felwine Sarr raccomandano nell’analisi la restituzione pura e semplice, a tempo indeterminato, di migliaia di oggetti acquisiti come bottino di guerra.

Nell’introduzione, i due studiosi chiariscono: “La questione delle restituzioni mette in evidenza un sistema di appropriazione e alienazione, il sistema coloniale, di cui alcuni musei europei sono oggi gli archivi pubblici (…). Restituire significa garantire ai giovani africani l’accesso alla loro cultura, alla creatività e alla spiritualità di epoche passate, la cui conoscenza non dovrebbe essere riservata esclusivamente alle società occidentali o della diaspora in Europa. I giovani africani, come quelli in Francia e in Europa, hanno un ‘diritto al patrimonio’.” Dopo la divulgazione del rapporto, il movimento Black Lives Matter, nato nel 2020 a seguito dell’omicidio di George Floyd da parte della polizia statunitense, ha dato un nuovo impulso al dibattito pubblico, invitando a riconsiderare anche il patrimonio storico africano trafugato dai colonizzatori. Questo ha portato a una maggiore consapevolezza e sensibilità sul tema. Anche se la restituzione fisica rimane, al momento, un’eccezione, i musei occidentali non possono più ignorare la questione. Tuttavia, le azioni procede lentamente e l’Occidente, come ex colonizzatore, tende a decolonizzare alle proprie condizioni, mantenendo una posizione di forza rispetto ai Paesi che richiedono di riavere il proprio patrimonio, considerandole più come concessioni piuttosto che come atti dovuti.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere