di Mario Fornasari Elisabetta è deceduta dopo 34 mesi di sofferenza consapevole e inaudita. Lei aveva percepito prima di me cosa fosse realmente accaduto in sala operatoria; il suo corpo le dava indicazioni chiare. “Mario, non hanno preso le dovute precauzioni”, mi diceva nei momenti più tormentati. “Desidero sapere come mi curano”, annotava nel suo diario riguardante la malattia. Aveva ragione. Non volevo accettare la realtà, forse a causa del senso di colpa che ancora oggi mi assale: ero stato io a insistere affinché rimanesse a Ferrara per le cure, fidandomi di chi ci rassicurava. Ma il tempo le ha dato ragione. Così, all’improvviso, mi sono ritrovato intrappolato in un castello di inadempienze e silenzi, riporta Attuale.
La mia ricerca della verità ha avuto inizio casualmente dopo la scoperta di un termine che era stato utilizzato solo una volta all’interno dei referti medici: “Morcellazione“, ossia la frammentazione del materiale operatorio. Nessuno ci aveva mai informati a riguardo. Ignoravo del tutto la sua esistenza. Così ho iniziato un percorso di studio e formazione.
Ho avviato una battaglia in memoria di Elisabetta, richiedendo le cartelle cliniche. Ho trovato anomalie, modifiche, fogli del diario operatorio cancellati e sostituiti. Richieste di copia degli originali sono rimaste senza risposta. Solo mesi più tardi, in sede civile, l’ospedale ha rivendicato la validità della propria versione “sino a querela di falso”. Per ottenere i documenti originali, avrei dovuto affrontare anni di attesa e spese legali, nonostante il fatto che la consegna degli atti sia un diritto sancito dalla legge. Non mi sono arreso, nemmeno nei momenti di sconforto. Essendo in pensione, avevo tempo a disposizione e alcuni risparmi che hanno reso possibili le consulenze di esperti, legali e professori. Ma che cosa accade a chi lavora, ha figli e risorse insufficienti per affrontare rischi simili?
La ricerca della verità sanitaria e della giustizia si scontra con un sistema opaco. Secondo Istat, Eurostat e l’Associazione Coscioni, ogni anno migliaia di persone perdono la vita a causa di errori medici, ritardi e omissioni nella prevenzione. Solo il 5% delle segnalazioni raggiunge il tribunale. Ci vogliono professionisti esperti, risorse economiche e una forte determinazione. Talvolta il dolore di una perdita si attenua col passare del tempo. Non il mio: continua a lacerare e a sollevare interrogativi.
Di notte, l’incubo ricorrente di Elisabetta, tormentata dalla sofferenza, mi fa alzare di scatto dal letto. Accendo il computer e confronto sentenze, studio oncologia e ripasso statistiche. Raccoglievo documenti, insistendo fino a esaurire la pazienza anche di chi mi assiste. Ho rifiutato la proposta di transazione avanzata dall’ospedale: non cercavo soldi di chi desiderava che dimenticassi, ma la verità.
Nelle mie denunce ho integrato l’ipotesi di falso e omissione. Manca ancora un numero necessario di documenti, il video operatorio è incompleto. Un consulente del pm, in passato, aveva pubblicato assieme al chirurgo coinvolto un lavoro in cui raccomandava esattamente il contrario di ciò che è stato effettuato. Tuttavia, ha ritenuto l’intervento congruo. Il pm ha richiesto l’archiviazione ma il giudice l’ha bocciata, salvaguardando la mia fiducia nell’istituzione.
Molti interrogativi restano irrisolti. Per quale motivo deve essere tanto difficile ottenere ciò che spetta di diritto? Perché tocca sempre al cittadino – già ferito e spesso isolato – dimostrare l’evidenza di un errore o sollevare dubbi che dovrebbero essere accertati d’autorità? Queste domande si affollano nei tribunali intasati da iter complessi e carenze strutturali. Tuttavia, non sono solo mie. Appartengono a chi crede che la giustizia sia un diritto e non una concessione. A chi considera che l’etica debba prevalere rispetto all’autodifesa. A chi ha assistito un familiare entrare in ospedale e non rivederlo più. Se cresce il senso di impunità e impotenza, aumenta anche il rischio che qualcuno voglia prendersi giustizia da solo. Anche io ho avuto pensieri in questo senso. È stata una battaglia interiore estremamente difficile. Ma l’ho vinta. Oggi, la tragedia di Elisabetta diventa per me un monito civile. Un Paese che tollera l’ingiustizia senza reagire è un Paese che rinuncia a se stesso.