La propaganda comunista in Repubblica Ceca

05.08.2025 11:25
La propaganda comunista in Repubblica Ceca

La nuova legge contro la propaganda comunista in Cechia

In Cechia esiste un partito comunista, il Partito comunista di Boemia e Moravia (KSČM), che è rappresentato sia al Parlamento Europeo che nei parlamenti regionali. Secondo diverse indagini, il partito ha buone probabilità di ottenere rappresentanza anche nelle prossime elezioni nazionali previste per ottobre. Tuttavia, un recente emendamento al codice penale ha reso illecito promuovere l’ideologia comunista nel paese, riporta Attuale.

Questo emendamento è stato firmato dal presidente Petr Pavel nella seconda metà di luglio, dopo aver passato il voto in parlamento tra maggio e giugno. Esso entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 2026 e equipara la propaganda comunista a quella del nazismo, inserendola nella sezione 403 del codice penale, già riservata per il divieto di quest’ultima, con pene che variano da uno a cinque anni di carcere.

Da alcuni anni ci si interrogava sulla possibilità di rendere reato la propaganda comunista, soprattutto per motivi storici. Infatti, fino alla rivoluzione di velluto del 1989, la Cecoslovacchia era sotto un regime comunista sostenuto dall’Unione Sovietica, che ha represso con forza ogni forma di dissenso. Di conseguenza, il comunismo è associato a un periodo di mancanza di libertà e democrazia, a differenza di altri Paesi europei senza storia di governo comunista. Nel 1993 il paese si è diviso in Cechia e Slovacchia.

Il provvedimento è stato sostenuto dall’Istituto ceco per lo studio dei regimi totalitari (USTR) e dal governo di destra di Petr Fiala, passando con una maggioranza più ampia rispetto a quella solitamente esigua della sua coalizione.

La nuova legge ha destato preoccupazioni all’interno del Partito comunista di Boemia e Moravia (KSČM), il quale, pur avendo radici storiche nella dittatura, ha cercato di distanziarsi nel tempo. Il partito ha denunciato l’emendamento come un attacco politico. Oggi, parte di un’alleanza di sinistra radicale chiamata Stačilo! (“Basta!”), ha ottenuto quasi il 10% dei voti alle recenti elezioni europee, mentre nei sondaggi si trova leggermente oltre il 5% richiesto per entrare in Parlamento.

In questi giorni, la leader del KSČM, l’eurodeputata Kateřina Konečná, ha definito la misura un tentativo del governo di “silenziare i critici più vocali”. Tuttavia, le conseguenze reali per il partito rimangono incerte, poiché esso ha uno statuto approvato dal ministero dell’Interno. Martin Dlouhý, uno dei deputati promotori dell’emendamento, ha escluso che questo porti alla dissoluzione del KSČM, come accaduto nel 2010 con il partito di estrema destra che fu considerato continuatore del nazismo dalla Corte suprema.

Molti esperti legali hanno sollevato interrogativi circa l’applicazione della legge, che dipenderà dall’interpretazione che ne daranno i giudici in caso di ricorsi. Alcuni esponenti del partito hanno affermato di non temere misure di questo tipo, sostenendo che le loro posizioni non violano la legge. L’articolo prevede che debba essere dimostrato il sostegno a «la soppressione dei diritti umani, della libertà, o incitazioni all’odio razziale, etnico, nazionale, religioso o basato sulla classe», un aspetto estraneo al programma del KSČM.

Potrebbe accadere che, alla fine, l’emendamento avrà soprattutto conseguenze simboliche: il deputato della coalizione di governo, Šimon Heller, ha citato ad esempio le magliette con immagini di Lenin vendute online e le bandiere sovietiche esposte durante le commemorazioni della Seconda guerra mondiale, che potrebbero iniziare a essere bandite.

Il contesto politico di questo provvedimento, con le elezioni in autunno, è cruciale. I sondaggi mostrano un forte vantaggio per il partito sovranista di Andrej Babiš (Azione dei cittadini insoddisfatti, ANO). KSČM e Stačilo! potrebbero giocare un ruolo chiave nella formazione della nuova maggioranza parlamentare, e Babiš ha già espresso la possibilità di allearsi con loro, a differenza del passato, in quanto ha affermato di non considerarli più come comunisti.

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