Licenziamento politico al Teatro alla Scala: la sentenza che conferma il diritto di esprimere opinioni
Milano, 27 novembre 2025 – Il Teatro alla Scala di Milano dovrà pagare le mensilità dal licenziamento alla scadenza naturale del contratto a termine e le spese di lite alla maschera che era stata licenziata dopo aver urlato, mentre era in servizio, “Palestina libera” lo scorso 4 maggio prima del concerto, alla presenza della premier Giorgia Meloni, in occasione della riunione della Asian Development Bank, riporta Attuale.
La decisione del tribunale del Lavoro ha evidenziato la natura politica del licenziamento, come dichiarato dal rappresentante del sindacato Cub, Roberto D’Ambrosio. “Con l’assistenza dell’avvocato Villari – ha annunciato la Cub di Milano – la lavoratrice (che aveva un contratto a termine) sarà risarcita di tutte le mensilità che intercorrono dal licenziamento alla scadenza naturale del contratto. Il Teatro dovrà anche coprire le spese di lite”. D’Ambrosio ha aggiunto: “Abbiamo sempre sostenuto che gridare ‘Palestina libera’ non è reato e che i lavoratori non possono essere sanzionati per le loro opinioni politiche”.
In seguito a questa vicenda, la Cub ha invitato i lavoratori a mobilitarsi, proclamando uno sciopero per il 28 novembre e invitando a partecipare il 29 alla manifestazione nazionale pro Palestina che si terrà a Milano con ritrovo alle 14 in piazza XXIV Maggio. D’Ambrosio ha concluso affermando: “Ora il teatro le rinnovi il contratto per evitare altre cause”.
La questione ha suscitato polemiche significative, portando i colleghi della maschera a organizzare flash mob di solidarietà e raccolte firme, oltre a sollecitare un passo indietro da parte della direzione del Teatro alla Scala, con appelli da parte del mondo politico e sindacale.