Dubbi sull’intervento statunitense e la fermezza del regime iraniano
Dopo l’inasprimento delle tensioni in Iran, gli Stati Uniti e Israele si interrogano sulle possibili strategie per sostenere i rivoltosi sul terreno. Interrogativi emergono su quali strumenti, tra bombardamenti, assassinii mirati o sabotaggi, possano avere l’impatto più significativo, mentre la CIA avverte che il regime degli ayatollah rimane sorprendentemente resiliente, riporta Attuale.
La possibilità di abbattere il regime iraniano, considerato un nemico dall’Occidente dal 1979, ha attratto l’attenzione dei pianificatori militari. La crescente insoddisfazione della popolazione, alimentata da un’economia in crisi e repressioni, potrebbe sembrare un’opportunità, ma i rischi connessi a tale ingerenza sono elevati. Secondo la CIA, il regime mostra segnali di stabilità nonostante le proteste di piazza.
Israele ha elevato il livello di allerta delle sue forze aeree, in previsione di una possibile reazione iraniana a qualsiasi attacco. Durante la recente Guerra dei 12 giorni di giugno, la capacità difensiva dell’Iron Dome ha dimostrato delle falle, con Tel Aviv colpita da missili iraniani. Nel frattempo, Teheran afferma di avere ancora riserve significative nel suo arsenale missilistico, supportato anche dalla fornitura di nuove armi balistiche da parte della Russia.
Similari preoccupazioni riguardano Hezbollah, la milizia libanese che agisce come braccio armato dell’Iran. Israele giustifica la sua attiva violazione del cessate il fuoco con il Libano sostenendo la necessità di prevenire il riarmo di Hezbollah. Il potenziamento dell’arsenale di questa milizia rimane un elemento cruciale per la deterrenza iraniana contro attacchi esterni. Agenzie come il Mossad e la CIA sono impegnate in valutazioni per stabilire la verità su questi sviluppi.
Secondo fonti statunitensi, il Pentagono ha già presentato alla Casa Bianca diverse opzioni per assistere i dissidenti iraniani, in linea con le promesse dell’ex presidente Trump. Recentemente, il segretario di Stato Marco Rubio ha contattato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per discutere le modalità di attacco a Teheran, ponendo il focus non solo sull’eventualità, ma su come procedere.
Due questioni principali emergono in questo contesto. La prima è di natura politica: l’intervento militare deve evitare di sembrare un golpe che rischierebbe di risvegliare un patriottismo persiano controproducente per gli obiettivi occidentali. In questo senso, la comunicazione liberata degli oppositori iraniani all’estero potrebbe rivelarsi un’arma strategica efficace.
La seconda problematica è pratica: il ministero della Difesa statunitense potrebbe non disporre di sufficiente potenza di fuoco per affrontare adeguatamente la Repubblica Islamica. La portaerei USS Gerald R. Ford ha lasciato di recente la regione, riducendo il numero di risorse disponibili per affrontare eventuali aggressioni, mentre il leader del Parlamento iraniano ha avvertito che in caso di attacco, gli americani presenti in Medio Oriente sarebbero considerati obiettivi legittimi.
Israele potrebbe lanciarsi in un attacco con il supporto di aerei cisterna statunitensi già dispiegati nella zona, ma questo limiterebbe l’operazione a un’azione più contenuta. Il Dipartimento di Stato, nel frattempo, ha avvisato tramite i social di non sottovalutare le promesse di Trump riguardo a future azioni.