Donald Trump Minaccia Azioni Contro l’Iran mentre Riaffiora il Ruolo dell’Oman come Mediatore
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato azioni decisive nei confronti dell’Iran, rivelando al contempo di aver ricevuto segnali di dialogo e di cercare una via diplomatica per risolvere la crisi attuale, riporta Attuale. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha risposto che il suo paese non desidera la guerra, ma è pronto ad affrontare eventuali provocazioni. Ha confermato contatti con l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, designato per gestire le situazioni più delicate.
Oggi si svolgerà un briefing alla Casa Bianca, dedicato a potenziali operazioni di supporto alle proteste in Iran. L’annuncio anticipato di questa riunione è considerato un chiaro messaggio rivolto agli ayatollah, volto a sollecitarli prima che la situazione possa degenerare ulteriormente e a valutare le loro reazioni.
Negli ultimi giorni, ha preso piede una serie di teorie riguardo a future iniziative statunitensi, che potrebbero includere operazioni cibernetiche, sanzioni e attività clandestine, oltre a tentativi di favorire le comunicazioni degli oppositori iraniani tramite Starlink. Tuttavia, il regime sembra aver già preparato contromisure efficaci.
Analisti notano che il Pentagono non dispone attualmente di una portaerei nella regione del Golfo, un elemento ritenuto necessario per garantire un intervento adeguato in caso di rappresaglie. Gli Stati Uniti sono equipaggiati con numerose basi e mezzi nella regione, ma potrebbero necessitare di supporto addizionale per affrontare manovre più complesse.
Non è chiaro quale sia la posizione dei paesi arabi che ospitano truppe e aerei statunitensi, poiché molti temono disordini in Iran. Prevale l’opinione secondo cui sarebbe preferibile mantenere lo status quo piuttosto che affrontare un’imprevedibile spirale di caos. Resta marcata, inoltre, la memoria della ritorsione missilistica dei pasdaran contro le installazioni americane in Qatar.
Molti esperti hanno pubblicato articoli analizzando possibili scenari, concludendo che un attacco limitato non cambierebbe la situazione, mentre un’offensiva su larga scala rischierebbe di innescare un conflitto totale. Trump è noto per il suo approccio “teatrale” e diretto, cercando di evitare di essere trascinato in un conflitto prolungato.
Tuttavia, se Trump si limiterà a minacciare senza agire, rischia di indebolire la deterrenza. Si ricorda che, durante il suo mandato, ha già ingaggiato l’Iran in modo diretto, assassinando il generale Soleimani e lanciando bombardamenti su siti nucleari.
La Repubblica Islamica ha intanto mobilitato le sue forze per reprimere le proteste, riorganizzando le strutture di comando e incrementando il ruolo dell’esercito. Hanno avviato misure per garantire la continuità della leadership in caso di attacchi mirati ai principali ufficiali, inclusa la Guida Suprema Alì Khamenei.
Malgrado ciò, la repressione potrebbe generare divisioni interne, specialmente in seguito a violenze eccessive. Gli osservatori avvertono che la protesta popolare, sebbene forte, necessita di un’alternativa credibile e strutturata per poter effettivamente sfidare il regime.
Nel frattempo, l’Oman riemerge come possibile mediatore: sabato, il ministro degli Esteri omano, Sayyid Albusaidi, ha trasmesso un messaggio a Teheran da parte degli Stati Uniti. Fonti suggeriscono che ciò possa comportare ultimatum per l’Iran, mentre da Teheran giungono segnali di apertura al dialogo. Tuttavia, rimane alta la tensione e le indiscrezioni, come la presunta movimentazione delle riserve auree iraniane in Russia, creano un clima di incertezza.