Colloqui tra Iran e Stati Uniti: progressi limitati e tensioni crescenti
Un funzionario americano ha descritto i recenti colloqui di Ginevra tra Iran e Stati Uniti come «un hamburger ripieno di niente», distaccandosi dalle dichiarazioni ottimistiche del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che aveva parlato di «progressi». Secondo la fonte, le discrepanze sono evidenti, con la situazione che si complica dopo il summito svizzero, riporta Attuale.
Le analisi fornite da Axios e CNN indicano che l’amministrazione Trump potrebbe essere più vicina a un conflitto militare in Medio Oriente di quanto non sembri. Non si tratterebbe di un attacco chirurgico, ma di un intervento massiccio con Israele come alleato, presentato come una questione esistenziale per il regime degli ayatollah. Uno scenario di questo tipo sarebbe devastante per la regione e costoso per gli Stati Uniti.
A gennaio, Trump sembrava vicino a ordinare un attacco contro gli ayatollah il cui regime aveva represso migliaia di manifestanti. Tuttavia, su suggerimento degli alleati regionali, optò per tentare una via diplomatica e per rafforzare la presenza militare, includendo una portaerei nel Golfo Persico. «Tutte le opzioni sono sempre sul tavolo», ha dichiarato, indicando che un fallimento nei negoziati potrebbe portare a un intervento diretto.
Il vicepresidente JD Vance ha espresso scetticismo riguardo all’ottimismo di Araghchi, sottolineando che «su temi cruciali Trump ha tracciato linee rosse che Teheran rifiuta». La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha affermato che c’è stato «un piccolo progresso, ma siamo ancora molto lontani» dalla risoluzione di questioni fondamentali. La stampa israeliana riporta che Benjamin Netanyahu sta aumentando le misure di allerta per un possibile conflitto, con un consigliere di Trump che stima un’alta probabilità di azioni concrete nel breve termine.
Una fonte diplomatica di alto livello, tuttavia, ha minimizzato le aspettative, affermando che «non ci sono emerse novità significative» dai colloqui, il che rende il processo negoziale lungo e complesso. Le fughe di notizie su presunti progressi possono essere usate strategicamente per esercitare pressione.
Dopo i colloqui di Ginevra, l’Iran ha due settimane per presentare una proposta seria. I termini imposti da Trump, simili a quelli della scorsa estate durante l’Operazione «Midnight Hammer», indicano che un termine per i negoziati è in vigore. A Teheran, si cercherà di guadagnare tempo, puntando sul dialogo, ma le richieste americane relative a nucleare, missili e alleanze regionali potrebbero risultare inaccettabili per il leader iraniano Ali Khamenei, esponendo l’Iran a rischi strategici in caso di accettazione o di rifiuto.