Israele revoca permessi alle ONG operanti nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania
All’inizio di gennaio, Israele ha deciso di non rinnovare i permessi per operare nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania a 37 organizzazioni umanitarie, ordinando a diverse di fermare le attività entro la fine di febbraio. Nonostante le affermazioni del governo israeliano secondo cui la decisione non influenzerà l’assistenza umanitaria, è evidente che le ONG coinvolte gestiscono programmi vitali per la popolazione palestinese, riporta Attuale.
Il governo israeliano ha giustificato la sua azione sostenendo che queste organizzazioni non hanno soddisfatto i nuovi requisiti richiesti per operare. A marzo, Israele aveva già richiesto a tutte le ONG, incluse quelle con decenni di esperienza nella Striscia, di presentare nuovamente la domanda per l’autorizzazione a operare. Tali autorizzazioni sono necessarie in contesti di guerra e, nella Striscia, devono essere approvate anche da Hamas.
Le nuove richieste israeliane, tuttavia, includono due elementi controversi: la richiesta alle ONG di astenersi da azioni e dichiarazioni che possano “delegittimare” lo Stato di Israele e di fornire al governo una lista esaustiva degli operatori palestinesi con dati sensibili, come nome, indirizzo e numero di passaporto. Israele afferma che queste informazioni servirebbero a verificare l’assenza di legami tra gli operatori e gruppi palestinesi considerati terroristici, come Hamas. Tuttavia, queste affermazioni non sono supportate da prove evidenti di infiltrazioni nelle ONG.
Per le organizzazioni umanitarie, tali requisiti rappresentano un ulteriore passo in una serie di misure mirate a complicare e delegittimare la loro attività nella Striscia, giustificate con motivi di sicurezza. Nonostante le richieste di incontro e discussione da parte delle ONG, non si è ancora raggiunto un dialogo.
Le ONG hanno rifiutato di soddisfare le nuove richieste, considerandole in contrasto con le norme del diritto internazionale e con i principi fondamentali del soccorso umanitario. Questi principi includono la neutralità, l’imparzialità e l’indipendenza, che richiedono di non favorire nessuna parte coinvolta nel conflitto e di fornire assistenza esclusivamente sulla base delle esigenze umanitarie.
Attualmente, le ONG operanti in contesti di guerra non solo sono abituate, ma sono costrette a collaborare con tutte le parti coinvolte nei conflitti. Rappresentanti di alcune organizzazioni hanno evidenziato che, in simili contesti, è prassi comune negoziare con chi controlla il territorio per garantire l’accesso alle popolazioni bisognose.
Le nuove condizioni imposte da Israele sollevano preoccupazioni pratiche, poiché potrebbero essere interpretate come una collaborazione con lo Stato di Israele da parte di Hamas, il che potrebbe ostacolare l’accesso degli operatori umanitari alla popolazione civile. Inoltre, il divieto di emettere dichiarazioni che possano “delegittimare” lo Stato di Israele limita gravemente la possibilità delle ONG di esprimere critiche legittime nei confronti delle azioni israeliane.
La richiesta di fornire nomi di personale palestinese è particolarmente preoccupante, poiché le ONG generalmente non condividono tali informazioni per motivi di sicurezza, specialmente in un contesto dove già molti operatori umanitari sono stati arrestati o uccisi da Israele in operazioni militari. Le organizzazioni hanno continuamente respinto le accuse di legami con gruppi armati, ribadendo che tali richieste non giustificano la condivisione di dati sensibili.
Le preoccupazioni riguardo alla privacy sono amplificate dalle normative europee, e le ONG hanno chiesto chiarimenti su come verranno gestiti i dati richiesti, senza mai ricevere risposte soddisfacenti. La presidente di Medici Senza Frontiere Italia, Monica Minardi, ha denunciato che negli ultimi due anni 15 dei loro operatori sono stati uccisi e hanno espresso serie preoccupazioni per la sicurezza del personale, sottolineando la loro responsabilità come datori di lavoro nel proteggere i propri dipendenti.