Rinvio del pacchetto sicurezza: tensioni e conflitti interni nel governo italiano
“Nessun problema”. La versione ufficiale della maggioranza è talmente corale e laconica da autorizzare il legittimo sospetto della reticenza. Qualche problema in realtà c’è, e non su un fronte solo. Se da un lato si consuma il solito braccio di ferro interno sulle poltrone – stavolta per la presidenza Consob – dall’altro si allunga l’ombra, ben più ingombrante, del Colle sul pacchetto sicurezza (65 norme, secondo le ultime bozze). Risultato: il Consiglio dei ministri rinvia tutto. Si farà alla prossima riunione o al massimo entro la fine del mese, giurano da Palazzo Chigi, assicurando che ieri l’approvazione non fosse prevista, riporta Attuale.
Ma al di là delle smentite di rito, è un fatto che la Lega avrebbe preferito la massima tempestività per il giro di vite su migranti, baby gang, reati da strada. La posticipazione non è stata casuale, ma un obbligo maturato nel vertice di tarda mattinata, presieduto da Giorgia Meloni, dove sono stati vagliati quei famosi “problemi che non ci sono”. Lo stop, voluto dalla premier, nasce dall’esigenza di evitare complicazioni nell’approvazione. L’ostacolo maggiore? I dubbi del Colle.
Intanto, si tratta di ripartire le numerose misure tra disegno di legge, che ha i suoi tempi non fulminei, e decreto legge che scatta subito e colpisce pertanto l’opinione pubblica con norme da “prima pagina“: dalle zone rosse con vigilanza rafforzata alla stretta sui coltelli. Soprattutto, però, sentito è il rischio per alcune norme di non superare il vaglio del Quirinale. Mattarella, come è noto, non interviene nel merito politico, ma il suo ruolo di garante gli impone di farsi sentire in caso di manifesta incostituzionalità. Ufficialmente il Colle tace, non avendo ricevuto un testo articolato, ma i canali di “discreta comunicazione” sono aperti e segnali sono arrivati.
Tra i nodi sotto la lente c’è l’inappellabilità di alcune sanzioni amministrative, che potrebbe contrastare con lo spirito della Carta. Inoltre, il pacchetto anticipa la direttiva UE sui “Paesi sicuri”, che non è ancora in vigore, riproponendo l’eterna “spina nel fianco” del caso Albania. E poi certi limiti alla libertà di manifestare. A complicare il quadro c’è il Carroccio che preme per inserire altre misure, ora fuori dalla bozza, come il rimpatrio dei minori non accompagnati che commettono reati: “Se delinquono, smettono di essere ospiti a carico degli italiani”, è la linea di Salvini.
Il governo però prende tempo anche per calcoli di opportunità. La campagna securitaria rischia di rivelarsi un’arma a doppio taglio sul piano dell’immagine: da un lato risponde alla domanda di protezione, dall’altro suona come l’ammissione implicita di aver fallito finora nel rendere il Paese più sicuro. Un fianco scoperto su cui l’opposizione batte incessantemente. Non a caso il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, si è prodigato per confutare la narrazione di un’Italia “fuori controllo”, dichiarando che “esiste un tema sicurezza, ma non un’emergenza”, citando il calo dei delitti. “Ciò non toglie che le nuove norme siano utili. Una percentuale tra il 60 e il 70% degli italiani le approva, secondo il sondaggio dell’Istituto Noto”.
Meno nobile, ma altrettanto insidioso, è il conflitto sulla Consob. È il classico gioco di potere: la Lega candida Federico Freni, attuale sottosegretario al Mef, per la presidenza al posto di Paolo Savona, il cui incarico scade a inizio marzo. Forza Italia in Cdm fa muro: Freni va bene come consigliere, ma per la presidenza gli azzurri esigono un tecnico, non un politico. Il nome c’è, custodito gelosamente nel taschino, ma il Carroccio insiste. Comporre il dissidio tra gli eterni duellanti è complicato. E così, anche qui, tocca rinviare la scelta. A data da destinarsi.