L’analisi di Foucault sulla rivoluzione iraniana e le sue implicazioni per la causa palestinese

01.03.2026 10:35
L'analisi di Foucault sulla rivoluzione iraniana e le sue implicazioni per la causa palestinese

Rivoluzione iraniana: 1979 e i timori di Foucault

(Pierluigi Panza) Nel 1978-79, il filosofo francese Michel Foucault pubblicò nove reportage sulla rivoluzione iraniana per il «Corriere della Sera», frutto di un’accordo con la «Équipe Foucault» che rifletteva sui problemi internazionali. Il primo reportage, intitolato «L’esercito quando la terra trema» (28/9/1978), anticipò di tre mesi la fuga dello scià e il ritorno dell’ayatollah Khomeini in Iran. Sostenuto dagli Stati Uniti, che avevano appoggiato il colpo di Stato contro il primo ministro Mossadeq, lo scià celebrò con sfarzo i 2500 anni dell’impero persiano. I reportage di Foucault offrono una narrazione appassionata della rivoluzione, vista dal filosofo militante, iscritto al Partito comunista francese, che accolse con entusiasmo il «cambio di potere» in Iran. Tuttavia, nell’ultimo reportage del 13 febbraio 1979, «Una polveriera chiamata Islam», Foucault cominciò a comprendere che si trattava di una rivoluzione islamica piuttosto che comunista. Preoccupato per il futuro, si interrogava su come la causa palestinese avrebbe potuto trasformarsi se avesse ricevuto il dinamismo di un movimento islamico. Ripubblichiamo questo articolo nei giorni in cui Israele e Stati Uniti hanno effettuato un attacco contro l’Iran che ha portato alla decapitazione del suo regime, riporta Attuale.

11 febbraio 1979: rivoluzione in Iran. Questa frase appare destinata a diventare una costante nei giornali e nei libri di storia futuri. In questo contesto di eventi inaspettati che hanno caratterizzato la vita politica iraniana negli ultimi dodici mesi, una figura ben nota riemerge. La massa di persone in strada che invoca Allah, i mullah che si rivolgono ai cimiteri con grida di rivolta e le cassette audio dei sermoni, rendono difficile catalogare semplicemente ciò che sta accadendo come una «rivoluzione».

Oggi, ci sono stati saccheggi di armi e barricamenti. Un consiglio si è riunito in fretta, lasciando poco tempo per le dimissioni dei ministri prima che la folla frantumasse vetri e porte. La storia ha impresso il sigillo rosso della rivoluzione, con la religione che ha sollevato il sipario e i mullah pronti a disperdersi in un grande volo di abiti neri e bianchi. La scena è pronta per un atto principale: la lotta di classe, la mobilitazione delle avanguardie armate e l’organizzazione delle masse popolari.

Non c’è bisogno di essere profeti per rendersi conto che lo scià, l’estate scorsa, era politicamente spacciato; né per constatare che l’esercito non poteva costituire una vera forza politica. La religione, lungi dal rappresentare un compromesso, si è dimostrata una forza in grado di sollevare un popolo non solo contro il sovrano e la sua polizia, ma contro l’intero regime e un certo modo di vivere.

Dopo un lungo periodo di manifestazioni, che hanno talvolta guadagnato toni sanguinosi, queste possono essere intese come atti politici che negano la legittimità dello scià. Il Fronte Nazionale ha capitolato, mentre Baktiar ha cercato di resistere a una legittimità che il sovrano non poteva più garantire. La reazione di Washington non si è fatta attendere, con gli Stati Uniti che hanno scelto di non supportare ulteriormente un regime con cui erano troppo compromessi.

Il risultato è stata una situazione in cui il movimento religioso ha acquisito importanza. L’irrompere di un gruppo radicale che ha attaccato l’esercito schierato con l’ayatollah ha innescato una catena di eventi che ha portato alla distribuzione delle armi tra la popolazione. Tale sviluppo ha segnato un punto di non ritorno, portando il paese verso una guerra civile. L’esercito ha compreso che una parte significativa delle sue truppe era sfuggita al suo controllo e che nei suoi arsenali si trovava materiale bellico sufficiente per armare decine di migliaia di civili.

Questo processo di armamento della popolazione ha spinto i capi religiosi a ordinare il ritiro delle armi e a tentare di mantenere il controllo. Oggi, ci troviamo in una situazione ambigua: il movimento rivoluzionario sta mostrando forme familiari, ma restano incerti i suoi futuri sviluppi.

Il passaggio dell’esercito dalla parte dei religiosi, senza una rottura netta, può influenzare notevolmente le dinamiche interne. Diverse fazioni si contenderanno il ruolo di nuove autorità nel regime, tentando di definirne la protezione e il sostegno. È chiaro che non tutti restituiranno le armi, in particolare i «Marxisti-leninisti», che desiderano passare dalla mobilitazione di massa alla lotta di classe.

In questo contesto, il movimento iraniano ha mostrato una peculiarità storica: un popolo che si solleva e rovescia un regime con le proprie forze. La sua importanza non deriverà semplicemente dall’aderire a modelli rivoluzionari esistenti, ma dalla capacità di alterare gli equilibri politici a livello mondiale, riaccendendo tensioni persistenti e profondamente radicate nel Medio Oriente e oltre.

Infatti, bisogna riconoscere che la richiesta dei «giusti diritti del popolo palestinese» ha avuto riscontri limitati. Quale potrebbe essere il futuro se questa causa ricevesse il vigore di un movimento islamico e quale slancio riceverebbe il religoso movimento di Khomeini se propugnasse la liberazione della Palestina come obiettivo primario?

Il Giordano, nel frattempo, non scorre più così lontano da Israele.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere