La presenza di giornalisti internazionali in zone di crisi e il loro ruolo nella denuncia dei crimini di guerra

19.03.2026 18:15
La presenza di giornalisti internazionali in zone di crisi e il loro ruolo nella denuncia dei crimini di guerra

Paolo Giordano esplora il lavoro dei giornalisti in zone di crisi

Nel libro Da vicino. Raccontare la guerra oggi, pubblicato da Einaudi, lo scrittore Paolo Giordano raccoglie i racconti e le riflessioni di sei giornalisti italiani che hanno operato in contesti di conflitto. Tra questi ci sono Daniele Raineri, Cecilia Sala, Annalisa Camilli, Nello Scavo, Lorenzo Tondo e Margherita Stancati. Le loro esperienze in luoghi come la Palestina, l’Ucraina, l’Afghanistan e il Mediterraneo offrono una visione profonda del lavoro dei corrispondenti di guerra e delle sfide che affrontano, riporta Attuale.

Nella primavera del 2014, Raineri si trovava nella regione di Idlib, in Siria, in un momento di intensa violenza, con il conflitto che si era trasformato in una guerra civile contro il regime di Bashar al-Assad. Durante la notte, si nascondeva in una casa di campagna, lontano dalle bombe degli aerei assadisti. In quel periodo, si credeva che voltare le spalle al pericolo fosse una strategia efficace per evitare di diventare obiettivi. Tuttavia, il tempo ha dimostrato che l’assenza dei riflettori mediatici ha spesso portato a gravi violazioni dei diritti umani.

Raineri ricorda come, all’epoca, i droni da ricognizione non fossero ancora una realtà, e l’idea di sicurezza derivasse dalla discrezione. Quella notte parlava a lungo con i ribelli, aspettando il momento giusto per riportare la situazione a coloro che seguivano gli sviluppi del conflitto. Osservava che gli insorti desideravano ardentemente una via di fuga, e il possesso di un passaporto italiano rappresentava per loro la speranza di fuga dalla guerra.

Allo stesso tempo, si passavano una bottiglia di whisky, trascendendo le barriere culturali imposte dalla loro fede islamica. Raineri sottolinea come la percezione mediatica degli insorti fosse distorta, e come fosse vitale capire le distinzioni tra diverse fazioni. I ribelli con cui condivideva la nottata erano un gruppo misto, ogni membro motivato da esperienze personali tragiche e dalla volontà di libertà, che contrastava con l’immagine di estremismi prevalente sui social media italiani.

Raineri evidenzia anche il pericolo che i giornalisti affrontano nelle zone di conflitto. Spiega che la mancanza di protezione per i reporter rappresentava un errore strategico da parte dei ribelli, paragonando la situazione siriana con quella della Striscia di Gaza, dove gli operatori mediatici sono supportati da Hamas. La mancanza di copertura mediatica favorisce i crimini di guerra, permettendo a regimi oppressivi di agire indisturbati.

In Siria, il regime di Assad ha sfruttato la scarsità di reporter internazionali per perpetrare atrocità come esecuzioni di civili e attacchi con gas sarin. Eventi tragici come il massacro di Damasco del 2013 sono avvenuti nel silenzio dei media, contribuendo a una narrazione distorta della guerra. Raineri infine riflette sull’importanza del testimoniamento e della narrazione dei conflitti contemporanei, sottolineando come i social media, nonostante la loro diffusione, non siano riusciti a fermare gli orrori, sollevando interrogativi sull’efficacia dell’informazione come deterrente per l’ingiustizia.

1 Comment

  1. Non posso credere a quanto sia difficile e pericoloso il lavoro dei giornalisti in guerra. Queste storie devono essere raccontate, ma come possiamo proteggerli? E pensare che in alcuni posti sono più a rischio degli stessi soldati! Ma noi ci dimentichiamo di loro… triste realtà.

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