L’invio di truppe statunitensi in Oman e le minacce saudite: scenari e rischi nel conflitto in Medio Oriente

19.03.2026 16:55
L'invio di truppe statunitensi in Oman e le minacce saudite: scenari e rischi nel conflitto in Medio Oriente

Il conflitto nella regione continua a intensificarsi, coinvolgendo sempre di più il settore energetico, mentre da Washington emergono segni di ulteriori mosse, incluso l’eventuale impiego di forze di terra, riporta Attuale.

L’offensiva

Israele e Stati Uniti, talvolta con distinguo, proseguono nella campagna per neutralizzare basi missilistiche, depositi, fabbriche belliche e bunker. Sono stati condotti migliaia di raid utilizzando cruise delle navi, ordigni a alto potenziale dei bombardieri B-1 e B-52, missili dei caccia e droni.

Gli ultimi attacchi nella zona di Hormuz sono considerati dagli esperti come una fase preparatoria per mantenere aperto lo Stretto. Tuttavia, la sola aviazione non è sufficiente. Emergerebbero quindi presunti piani per l’uso di unità terrestri, inclusi contingenti di Marines in trasferimento via nave dall’Asia, e truppe attualmente negli Stati Uniti. Fonti citate da Reuters rilanciano l’ipotesi di azioni per presidiare la fascia costiera attorno allo Stretto e occupare l’isola di Kharg o altre isole strategiche, per assumere il controllo di impianti nucleari.

Rimane difficile valutare quanto possa avvicinarsi questo scenario: ci sono avvertimenti sui rischi, ma alcuni ritengono che sia possibile raggiungere gli obiettivi, non senza pesanti perdite. Le incertezze principali restano, in particolare, riguardo all’outcome politico previsto dalla Casa Bianca. Ci si interroga sulla possibilità di un cambio di regime o di una soluzione pragmatica attraverso un accordo, così come sulla durata del conflitto. L’ex presidente Donald Trump ha cambiato frequentemente posizione, e non è certo che il co-pilota Bibi Netanyahu condivida la medesima rotta.

Il segretario del Pentagono ha dichiarato che sarà direttamente il presidente a decidere la fine del conflitto. Tuttavia, si prospetta una crisi senza termine, mentre esperti analizzano la disponibilità di munizioni antimissile necessarie per contrastare gli attacchi delle forze iraniane. È in corso un consueto balletto di versioni sulla sufficienza delle scorte, una tematica che riguarda anche l’arsenale dei Guardiani della Rivoluzione, i quali, secondo il Capo di Stato Maggiore statunitense, possiedono ancora notevoli capacità.

La difesa

Le autorità iraniane affermano di essere pronte, avendo programmato le proprie difese da anni, convinte di poter sfruttare a loro vantaggio la geografia e le difficoltà logistiche altrui. Il Pentagono conta sulla potenza della macchina bellica e sull’efficacia dei bombardamenti per logorare progressivamente le difese iraniane. I pasdaran sembrano adottare una strategia di attacco con missili e droni, riducendo però il numero di lanci rispetto ai primi giorni, mantenendo alta la precisione.

La strategia iraniana non cambia, con l’obiettivo di espandere i confini della guerra, destabilizzare le monarchie del Golfo e utilizzare il mercato petrolifero come strumento di pressione. Intendono anche resistere il più a lungo possibile, nella speranza che l’amministrazione Trump perda interesse senza risultati immediati.

Tuttavia, gli iraniani puntano a creare nuove condizioni nel loro territorio per evitare future epurazioni. Sostengono che le ostilità cesseranno solo con garanzie precise da parte di tutti i protagonisti in campo. Naturalmente, devono affrontare anche l’imminente eliminazione dei loro leader e lo smantellamento delle loro infrastrutture.

Le monarchie

Le monarchie del Golfo si trovano intrappolate in un conflitto che non hanno desiderato, credendo inizialmente che sarebbe rimasto contenuto. Recenti attacchi israeliani hanno provocato reazioni forti da parte dell’Iran, con il Qatar che ha dichiarato di aver superato una linea rossa e ordinato l’espulsione di ufficiali militari iraniani.

L’Arabia Saudita ha minacciato di intervenire, ma un eventuale intervento ha un prezzo significativo: ha già subìto attacchi ai suoi impianti nel 2019 e potrebbe rischiare di essere coinvolta in una morsa di attacchi provenienti dall’Iran e da milizie nello Yemen. Rimanere passivi non ha avuto l’effetto di dissuadere Teheran.

L’Arabia Saudita, oltre a presentare pressioni pubbliche contro l’attacco, sembra incoraggiare segretamente azioni più decisive per porre fine al regime iraniano. Tuttavia, sono in atto anche altri messaggi da parte degli emiri: la guerra non giova agli Stati Uniti, ma soddisfa i bisogni israeliani. Il Qatar ha espresso la sua frustrazione verso Trump, mentre un appello alla negoziazione è sostenuto da diversi protagonisti regionali, che cercano di mantenere i propri interessi economici e valutano l’idea di una missione multinazionale per garantire la libertà di navigazione attraverso Hormuz.

1 Comment

  1. Ma che situazione disastrusa! Le monarchie del Golfo in questo casino, e a noi, qui in Italia, non resta che sperare che tutto si risolva senza troppe conseguenze. Chissà se ci saranno ripercussioni anche sui mercati e sui prezzi del petrolio. È tutto così incerto…

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