La Turchia resta cauta nella guerra in Medio Oriente
Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato la volontà di distruggere Israele per volontà divina e, mentre condanna i raid israeliani in Siria come una «pericolosa escalation», il suo obiettivo primario rimane quello di rimanere fuori dalla guerra in Medio Oriente, riporta Attuale.
La Turchia cerca di posizionarsi come potenza regionale autonoma, formalmente all’interno della NATO, ma capace di dialogare con il mondo musulmano. La retorica aggressiva contro Israele serve a consolidare questa ambizione e a mobilitare il supporto interno per la causa palestinese. Tuttavia, sul campo, Ankara mantiene una linea prudente: evita un coinvolgimento diretto, enfatizza la diplomazia e tenta di mediare.
La decisione di non entrare in guerra deriva anche da pressioni interne. Un coinvolgimento militare potrebbe comportare costi economici e militari insostenibili in un paese già sotto stress. La cautela strategica diventa quindi un’opzione di autoconservazione e prudenza geopolitica. A complicare ulteriormente la situazione, la Turchia è esposta direttamente al conflitto, evidenziato dai missili iraniani intercettati nel suo spazio aereo grazie ai sistemi NATO. Questo crea un’ambiguità: Ankara critica l’Occidente, ma contemporaneamente dipende dalla sua protezione militare.
La questione curda diventa cruciale. Per la leadership turca, l’interesse priorità è volto a valutare le conseguenze di un possibile indebolimento dell’Iran. Il timore è che il conflitto possa favorire le comunità curde iraniane, aumentando la loro presenza e continuità con le realtà già esistenti in Iraq e Siria.
Inoltre, Ankara teme che Israele possa sfruttare le divisioni etniche del paese. Nel novembre 2024, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha descritto i curdi come vittime dell’oppressione turca e iraniana, definendoli «alleati naturali» di Israele. Questo ha spinto Erdogan a implementare un duplice approccio: operazioni militari ai confini, repressione interna e occasionali aperture strategiche verso la popolazione curda.
A rendere più urgente la situazione ci sono anche fattori economici: le tensioni nello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche influenzano già i flussi commerciali e i prezzi, aggravando la pressione su un’economia fragile. In un contesto di alta inflazione, ogni shock energetico potrebbe sfociare in sommosse sociali.
In questo contesto, la politica estera della Turchia si interseca con una fase interna di compressione dello spazio politico. Con l’ex sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, in carcere da oltre un anno, il paese si avvicina a eventuali elezioni in cui l’avversario principale di Erdogan è, di fatto, un candidato detenuto. La crisi esterna può quindi diventare uno strumento di governo: il conflitto esterno rafforza il potere interno, ridefinendo il consenso politico. Con elezioni previste nel 2028, e la possibilità di un anticipo nel 2027, Erdogan si muove strategicamente per assicurarsi una posizione di vantaggio.
In questo equilibrio, Erdogan utilizza la retorica anti-israeliana per accrescere il suo consenso politico, ma la prudenza strategica è volta a proteggere gli interessi vitali della Turchia. La concentrazione del potere decisionale diminuisce i contrappesi e può aumentare l’imprevedibilità della situazione. In un contesto di crisi che può rapidamente intensificarsi, anche una strategia ambigua rischia di sfuggire al controllo.
Attualmente, Ankara mantiene la sua posizione di non intervenire nella guerra, pur rimanendo attivamente coinvolta nel contesto geopolitico. Questo equilibrio è sostenibile fintanto che Erdogan riesce a mantenere il potere.