Roma, 31 marzo 2026 – Stabilità e incertezze nel governo italiano
Tra i corridoi di Palazzo Chigi, il mantra della stabilità si è trasformato in un cordone sanitario per proteggere il governo dai propri stessi scricchiolii. Sull’eventualità di elezioni anticipate è ormai calata una pietra tombale. I leader della coalizione la escludono a gran voce: Matteo Salvini assicura che “il governo tira dritto fino alla fine della legislatura”; Antonio Tajani ammette i “contraccolpi” del risultato negativo ma ribadisce che “nessuno pensa al voto”. Infine, da via della Scrofa, Giovanni Donzelli (FdI) chiude il discorso sottolineando come lo scenario non sia mai stato sul tavolo, riporta Attuale.
Anche l’idea di un rimpasto profondo è di fatto tramontata. Nessuna prospettiva di un nuovo passaggio alle Camere per la premier, né tantomeno l’ombra di un Meloni bis. Si profila un semplice ritocco chirurgico sull’onda delle dimissioni di Daniela Santanchè. La premier resta convinta che arrivare a fine mandato con lo stesso esecutivo si rivelerà un’arma elettorale potentissima, utile soprattutto per disinnescare sul nascere eventuali arrembaggi degli alleati. La Lega ha già fatto sapere che in caso di revisione della squadra la priorità sarebbe la sicurezza, il che implica che Salvini tornerebbe a reclamare il Viminale. La presidente del Consiglio non ha intenzione di infilarsi in un nido di vipere aprendo una guerra su quel dicastero.
L’unica vera manovra riguarda proprio la casella vacante del Turismo. Lo scenario più incisivo vedrebbe lo spostamento di Adolfo Urso, con il subentro di Luca Zaia alla guida delle Imprese. Il Doge sarebbe disponibile, ma solo con fondi certi: gestire un ministero economico al verde sarebbe un suicidio politico. Da Roma, per ora, tutto tace. Il piano resta vago a causa della forte resistenza di Fratelli d’Italia a cedere una poltrona di peso e del timore che una mossa, seppur limitata, possa risvegliare i voraci appetiti leghisti per l’Interno. In pole per succedere alla Pitonessa resta il nome di Gianluca Caramanna (FdI), a meno che la premier non preferisca mantenere l’interim affidandosi, in ogni caso, a un sottosegretario forte come lui.
Se la strategia di rilancio post-sconfitta stenta a decollare, la situazione non è migliore sul fronte più delicato per gli equilibri politici: la legge elettorale, tema peraltro legato ai ragionamenti sul voto anticipato. L’iter inizia oggi in commissione Affari Costituzionali della Camera con il testo base della maggioranza, osteggiato dall’opposizione, ma Donzelli si mostra aperto al dialogo. Giuseppe Conte ha messo sul tavolo due richieste: l’abbassamento del premio di maggioranza e l’inserimento delle preferenze. Sul primo punto, il governo sembra disposto a trattare per un premio mobile e modulabile; sulle preferenze, invece, resta l’incognita di chi le voglia davvero. Il problema più grande per il centrodestra, tuttavia, è interno. Salvini ha assicurato personalmente alla premier che la Lega sosterrà lo Stabilicum, ribadendo il “patto di fedeltà” siglato ieri nel vertice di via Bellerio: “Piena fiducia in Meloni e in tutta la squadra di governo”. Eppure, i colonnelli leghisti sono tutt’altro che sereni: i calcoli parlano chiaro. Alle politiche del 2022 la Lega ha ottenuto quasi 90 parlamentari; con le nuove regole, in caso di sconfitta, ne eleggerebbe appena 22. Un salasso inaccettabile.
Per puntellare la coesione interna e lanciare un segnale all’elettorato, c’è chi suggerisce di accelerare su un tema identitario: la responsabilità civile dei giudici. Si ragiona sull’opportunità di un provvedimento che servirebbe a compattare le anime della coalizione in una storica battaglia di bandiera del centrodestra, ma che rischia di aprire un nuovo, durissimo fronte con l’Associazione nazionale magistrati. In questo mare in tempesta, il Carroccio sembra volersi appigliare alle sue antiche certezze, rilanciando la manifestazione del 18 a Milano per la “protezione della cultura occidentale”. Difficile credere che, in un momento di tale complessità economica, l’urgenza per gli italiani sia questa.
La realtà, d’altronde, bussa oggi alla porta della Camera con il voto di fiducia sul decreto bollette. La premier, al lavoro sui rincari con Giancarlo Giorgetti, sa che il provvedimento non è una soluzione strutturale. Altre strade, per il momento, non sono state individuate, eccezion fatta per la proposta leghista di sospendere il Patto di Stabilità europeo. Il problema è che il boccino è in mano a Bruxelles e che la rigidità europea si ammorbidirebbe solo di fronte a un terremoto finanziario di prima grandezza. A quel punto, però, nemmeno la sospensione del Patto basterebbe più.