Caso Minetti: Meloni difende Nordio mentre Mattarella attende chiarimenti

28.04.2026 23:55
Caso Minetti: Meloni difende Nordio mentre Mattarella attende chiarimenti

Roma, 27 aprile 2026 – Giorgia Meloni, travolta dalla bufera sul caso Minetti, alza le barricate, mantenendo però un piede sulla scialuppa di salvataggio. In una risposta secca, la premier esclude le dimissioni di Nordio, ma con il misuratissimo “ad oggi” lascia aperta la possibilità di cambiamenti futuri nel caso in cui nuovi accertamenti aggravassero la situazione del Ministero della Giustizia. In questo contesto, Meloni non risparmia critiche ai protagonisti della vicenda, lanciando segnali anche verso il Colle, riporta Attuale.

La vicenda ha inizio lunedì, quando la premier contatta il Guardasigilli per chiarire i dettagli di un caso ormai scottante: la grazia concessa all’ex igienista dentale, condannata a 3 anni e 11 mesi per prostituzione e peculato. Meloni ammette di aver appreso del provvedimento “dalla stampa”. Solo 24 ore dopo, sfrutta l’occasione del varo del Dl Primo maggio per definire la linea da seguire in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, sottolineando che se l’inchiesta giornalistica ha ragione, “qualcosa manca” nel lavoro svolto, ma si smarca dicendo che “non è un lavoro che fa il ministro”.

Meloni difende Nordio

La difesa di Meloni si basa su dati concreti: su 1.241 domande di grazia ricevute negli ultimi quattro anni, 1.045 sono state inviate alle procure, e solo alcune decine approvate. “La prassi è stata rispettata”, afferma. Sottolinea anche che le indagini spettano alla magistratura e quindi via Arenula tende a confermare il parere positivo, inoltrandolo al Quirinale, che solitamente lo approva.

Il momento cruciale arriva quando un cronista le chiede se avrebbe firmato la grazia: la risposta è una fredda presa di distanza dal Colle. “Non mi faccia fare il mestiere del capo dello Stato. Davanti a un bicchiere di vino le dirò cosa penso davvero”, afferma. Meloni ribadisce di avere fiducia in Nordio, lasciando le indagini agli altri. Anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha appena incontrato il ministro, sostiene che i materiali nel fascicolo “lasciavano pochi margini alla valutazione del ministro”, affermando che il governo non può diventare il capro espiatorio.

Il rimpallo di responsabilità

La Procura generale respinge le accuse di incompletezza: “Se gli accertamenti delegati fossero stati incompleti, il ministero avrebbe potuto chiedere un supplemento di istruttoria, ma così non è stato”, dichiara il sostituto procuratore generale Gaetano Brusa.

Il rimpallo di responsabilità è evidente, con tensioni altissime tra Palazzo Chigi e Quirinale. Si racconta che il capo dello Stato sia furioso: a causa del silenzio di Nordio sui dubbi sollevati, Mattarella è stato costretto a inviargli una pesante lettera ufficiale per richiedere approfondimenti. Qui Meloni stabilisce un limite: qualora dai nuovi accertamenti dovessero emergere falsità nel rapporto, non esiterebbe a distaccarsi da Nordio. Tuttavia, il ministero non può ridursi a fare da passacarte e deve ricevere e vagliare la documentazione, assumendosi la responsabilità politica. I ritmi dell’inchiesta si preannunciano lunghi, creando un logorante gioco di attese anche per il Colle, che attende i risultati per decidere se procedere alla clamorosa revoca della grazia.

L’ipotesi complottista

Nonostante tutto, c’è un’ipotesi inconfessabile che accomuna le preoccupazioni del Quirinale e di Palazzo Chigi. Nelle istituzioni serpeggia un forte timore per una distonia inspiegabile: il notevole divario tra le conclusioni della polizia giudiziaria, dotata di mezzi e poteri investigativi, e un’inchiesta giornalistica effettuata da lontano, senza mai recarsi in Uruguay. Questa anomalia solleva interrogativi inquietanti, lasciando il sospetto che in un momento di massima tensione internazionale, qualcuno potrebbe avere interesse a colpire contemporaneamente sia l’esecutivo che la presidenza della Repubblica.

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