Aumento dei Prezzi Alimentari in Italia: Conseguenze della Guerra in Medio Oriente
Il conflitto in Medio Oriente sta già influenzando i prezzi degli alimenti nei supermercati italiani. L’aumento dei costi dei combustibili e delle materie prime, derivante dalla guerra, colpisce direttamente tutte le fasi della filiera agroalimentare: dai fertilizzanti azotati, essenziali per le coltivazioni e ottenuti dal metano, al gasolio indispensabile per i mezzi agricoli e per il trasporto. Inoltre, elevata è la richiesta di energia elettrica, spesso prodotta anche dal gas naturale, per serre, allevamenti e per la refrigerazione di frutta, verdura, carne e latticini, riporta Attuale.
Negli ultimi tempi, gli imprenditori del settore alimentare hanno affrontato un incremento dei costi di produzione, trasformazione e distribuzione. Se la crisi si protrae, si prevede un impatto significativo e duraturo sui prezzi al consumo.
Secondo l’Istat, dal 2021 al 2025 i prezzi dei generi alimentari in Italia sono aumentati del 24,9%, ovvero quasi otto punti percentuali in più rispetto alla media generale dei beni e servizi utilizzati per calcolare l’inflazione, che comprende anche i beni alimentari. Questo aumento è stato principalmente causato dalla crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, che ha condotto a un’andamento dei prezzi definito dagli esperti come “rockets and feathers”: aumenti rapidi come razzi e diminuzioni lente come piume.
Nell’anno 2022, l’inflazione in Italia ha toccato l’8,1%, per poi diminuire nel 2023 al 5,7%. Tuttavia, il costo degli alimenti è rimasto al di sopra di queste percentuali: +8,8% nel 2022 e +9,8% nel 2023. L’aumento delle spese energetiche continua a gravare sui prezzi alimentari, anche quando i costi di energia e gas cominciano a scendere.
Dai dati di aprile, è emerso che questa nuova crisi energetica non si trova ancora nella fase di “razzo”. Sebbene ci siano aumenti nei supermercati, questi derivano da una molteplicità di fattori, e solo in parte sono riconducibili alla guerra in Medio Oriente.
Per quanto riguarda gli ortaggi, ad aprile il prezzo al consumo finale è cresciuto del 6,5% rispetto all’anno precedente, oltre il tasso inflazionistico di 2,8% di quel mese. Anche i prezzi all’ingrosso, monitorati dalla BMTI, hanno registrato aumenti simili e superiori.
«Non si tratta di aumenti generalizzati e non dipendono da un singolo fattore», afferma Gianluca Pesolillo, dirigente dell’area studi di BMTI. Tra la fine di febbraio e fine aprile, si sono registrati aumenti del 60% per i finocchi e oltre il 20% per cipolle, limoni siciliani e carote. Invece, prezzi di altri prodotti, come asparagi e fragole, sono diminuiti nel frattempo.
Secondo BMTI, l’andamento attuale è principalmente influenzato da variabili climatiche e di disponibilità, piuttosto che dall’energia. Giampaolo Nardoni, coordinatore dell’area studi di BMTI, ha sottolineato che il maltempo nella parte meridionale d’Italia ha avuto un impatto maggiore sui prezzi degli ortaggi rispetto all’aumento dei costi energetici.
Il settore ittico, invece, subisce un impatto più diretto dall’aumento dei costi energetici: rispetto a febbraio, l’orata italiana di allevamento è aumentata del 16,8%, mentre il branzino del 9,2%. Le cause sono riconducibili ai costi dell’energia negli impianti di allevamento e al gasolio nei pescherecci, il cui prezzo è aumentato a tal punto da costringere molti pescatori a fermarsi.
Per quanto riguarda le carni, che rappresentano una spesa significativa per le famiglie italiane, l’Istat segnala un aumento del 5,1% ad aprile rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche i prezzi all’ingrosso non mostrano segni di calo, con incrementi tra il 7% e il 10% a seconda del tipo di carne, aumenti cominciati ben prima del conflitto in Medio Oriente a causa della minore disponibilità di animali da “ristallo”.
I dati evidenziano che i prezzi all’ingrosso stanno aumentando più rapidamente rispetto a quelli al dettaglio, il che è un fenomeno normale, noto come “effetto frusta”. Ciò è dovuto in parte al fatto che la distribuzione sta assorbendo gli incrementi, evitando di trasferirli completamente ai consumatori per non compromettere le vendite. Tuttavia, questo potrebbe cambiare se la guerra e l’aumento dei prezzi energetici dovessero continuare.
Claudio Mazzini, direttore dei prodotti “freschissimi” di Coop Italia, prevede che «la fine di giugno sarà un momento cruciale». Se il conflitto prosegue, «gli aumenti saranno più ampi e generalizzati».
Per agricoltori e allevatori, affrontare l’aumento dei costi del carburante, di energia e di fertilizzanti diventa sempre più complicato. Secondo Coldiretti, questi fattori rappresentano circa il 25% dei costi del settore. Nelle filiere economicamente più vulnerabili, come ortofrutta e zootecnia, gli incrementi sono scarsamente assorbiti, costringendo agricoltori e allevatori a subire gli aumenti, senza la forza contrattuale necessaria per adeguarsi rapidamente.
Il costo dei fertilizzanti, in particolare l’urea, fondamentale per coltivare mais, grano e riso, è aumentato a 870 euro46% rispetto a febbraio, prima dell’inizio del conflitto. L’urea deriva dal metano e la minore disponibilità proveniente dal Qatar ha influito notevolmente sui prezzi internazionali. Un uso ridotto di fertilizzanti potrebbe tradursi in raccolti meno abbondanti, finalizzando a prodotti più scarsi e costosi.
Vitaliano Fiorillo, direttore di Agri Lab Bocconi, sottolinea che «occorre attendere qualche mese per valutare le conseguenze», poiché l’effetto sulle materie prime, come il grano, potrà essere mitigato dalla presenza di scorte e da contratti a lungo termine. Tuttavia, per i prodotti freschi, la situazione è differente, poiché i contratti nel settore dell’ortofrutta, che ha un valore di 17 miliardi di euro annui, sono a breve termine, e gli aumenti di prezzo si trasferiscono immediatamente.
In aggiunta all’aumento dei costi delle materie prime, c’è anche l’incremento nei prezzi delle materie plastiche utilizzate per gli imballaggi, ricavate da idrocarburi. Ad aprile, il polietilene è aumentato del 55% rispetto a febbraio, il polipropilene del 47% e il PET del 37%. Ciò si traduce in costi più elevati per vaschette, bottiglie e imballaggi flessibili.