Resistenza dell’economia mondiale di fronte alla crisi energetica
Nonostante si profili come la peggior crisi di sempre nel mercato petrolifero globale a causa della guerra in Medio Oriente, l’economia mondiale si mostra più resistente del previsto. Tuttavia, non tutti i paesi condividono questa stabilità; in particolare le nazioni più povere dell’Asia meridionale e del sud-est asiatico sono costrette ad adottare restrizioni rigide. Settori come quello del carburante per aerei sono particolarmente colpiti, ma la maggior parte della popolazione finora non ha subito impatti severi, come riportano Attuale.
L’inflazione ha registrato un incremento, ma contenuto, e i prezzi dell’energia rimangono lontani dai livelli visti durante l’ultima crisi energetica, scaturita dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. I mercati internazionali si trovano a picchi storici, mentre le previsioni di crescita economica sono state riviste al ribasso, senza però anticipare una recessione imminente.
Le riserve di carburante, accumulate in precedenza, hanno contribuito a questa resilienza. Prima dell’inizio del conflitto, nel gennaio 2026, la Corea del Sud e il Giappone disponevano di riserve in grado di mantenere l’economia attiva per 200 giorni; l’Unione Europea per circa 130 giorni e la Cina per 100 giorni. Questi dati non devono essere interpretati in modo assoluto: nonostante i 70 giorni di guerra, la Cina ha continuato ad importare petrolio, sebbene in quantità ridotta a causa del blocco dello stretto di Hormuz.
Il Wall Street Journal ha evidenziato che l’efficienza energetica globale è stata sottovalutata. Negli Stati Uniti e in Europa, l’energia necessaria per generare un punto di PIL è diminuita del 30%, e del 40% in Cina dal 2000 ad oggi, evidenziando una crescente indipendenza energetica rispetto alla crescita economica.
Inoltre, l’inflazione attuale si attesta al 3% nell’area euro, un dato elevato, ma distante dai picchi registrati anni fa. Le misure adottate da governanti, come quelle italiane, hanno contribuito a stabilizzare i prezzi energetici, sebbene attraverso metodi controversi.
La crisi del 2022-2023 è stata il risultato di due fattori congiunti: la crisi degli approvvigionamenti post-pandemia e la crisi energetica legata all’invasione dell’Ucraina. Oggi, la situazione economica ha un punto di partenza decisamente migliore e gli effetti della crisi attuale si rivelano per ora più contenuti.
Alcune economie globali, come quelle di Taiwan, Giappone e Corea del Sud, stanno beneficiando fortemente delle esportazioni legate all’intelligenza artificiale. In marzo, le esportazioni giapponesi sono aumentate del 12% annuo, quelle coreane del 50% e quelle taiwanesi del 68%. Anche gli Stati Uniti continuano a registrare una crescita grazie agli investimenti nel settore AI, sebbene alcuni esperti avvertano di potenziali bolle speculative.
Dopo un crollo iniziale, le borse hanno recuperato le perdite e raggiunto nuovi picchi, suggerendo una certa dose di ottimismo tra gli investitori, sebbene non sia chiaro quanto questo sia giustificato.
Nonostante l’attuale situazione sembri positiva, la durata della crisi rappresenta una variabile critica. I fattori che finora hanno sostenuto l’economia globale, come le riserve e il miglioramento dell’inflazione, rischiano di perdere vigore nei prossimi mesi. Secondo analisti intervistati dal Financial Times, il punto di rottura della crisi petrolifera potrebbe avvenire entro fine giugno, segnando un momento cruciale per il flusso di idrocarburi dal golfo Persico.
Attualmente né gli Stati Uniti né l’Iran sembrano intenzionati a cercare una risoluzione a breve. Il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che se la crisi si risolvesse entro metà anno, potrebbe esserci solo un lieve rallentamento della crescita globale, dal 3,4% del 2025 al 3,1%. Tuttavia, se la crisi dovesse proseguire per tutto il 2026, le previsioni di crescita crollerebbero al 2%, potenzialmente trascinando molte economie verso la recessione, richiedendo misure drastiche per affrontare la mancanza di energia.