Israele affronta un’emorragia di emigrati, con un saldo negativo di oltre 45.000 persone nel 2025
Nel 2025, per il secondo anno consecutivo, il numero di israeliani che ha lasciato il paese ha superato il numero di immigrati, con oltre 69.000 cittadini che sono emigrati. Questo trend è particolarmente allarmante in un paese le cui fondamenta sono state costruite sull’immigrazione e sull’accoglienza dei sopravvissuti alla Shoah e dei perseguitati, riporta Attuale.
Per l’anno 2025, i dati mostrano che quasi 24.000 persone hanno scelto di trasferirsi in Israele, mentre le partenze hanno superato le 69.000 unità. Questa tendenza si era già manifestata nel 2024, evidenziando un fenomeno che sta suscitando preoccupazioni tra esperti e politici.
Nonostante una crescita demografica annuale di circa l’uno per cento, sostenuta da un’elevata natalità, il saldo negativo dell’immigrazione è visto come simbolicamente problematico. Israele, storicamente percepito come una roccaforte per la comunità ebraica mondiale, sta affrontando sfide significative sul piano economico e identitario, poiché molti di quelli che partono rappresentano categorie altamente qualificate e benestanti.
Il concetto di aliyah, che rappresenta il ritorno degli ebrei in Israele, è parte integrante dell’identità nazionale. Tuttavia, negli ultimi tre anni, la crescente insicurezza dovuta ai conflitti, in particolare dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, ha contribuito ad un incremento delle partenze. Questa percezione di pericolo, combinata con instabilità politica e proteste contro le riforme del governo di Netanyahu, ha spinto molti a riconsiderare la propria permanenza in Israele.
Molti cittadini israeliani, spaventati dalla continua minaccia di attacchi, hanno iniziato a percepire il loro paese non solo come una democrazia minacciata, bensì come un luogo pericoloso per la vita quotidiana. Negli ultimi tre anni, decine di civili sono stati uccisi in attacchi, e migliaia hanno abbandonato le loro case, costretti a rifugiarsi a causa dei rischi legati alla sicurezza, in particolare nel nord del paese, al confine con il Libano.
Le vittime israeliane e gli sfollati sono numericamente inferiori rispetto alle perdite inflitte dai bombardamenti israeliani su Gaza e in altri territori. Tuttavia, la persistente condizione di crisi ha incoraggiato molti a lasciare il paese, alimentando così il fenomeno migratorio.
Se tale tendenza dovesse continuare, le implicazioni economiche e sociali potrebbero rivelarsi notevoli. La fuga dei cittadini più istruiti e con redditi elevati, come medici e imprenditori, rischia di impoverire settori vitali come quello tecnologico e di avere un impatto significativo sulle entrate fiscali, con le stime che parlano di un potenziale mancato introito di un miliardo di euro nei prossimi cinque anni.
Questo fenomeno avviene anche nel contesto di un inarrestabile aumento della popolazione ultraortodossa, che partecipa meno al mercato del lavoro, con un’alta percentuale di uomini che non lavorano a causa dello studio religioso, e rifiuto di prestare servizio militare. L’emigrazione, quindi, accelera un processo demografico in atto da tempo, riducendo la furtura di popolazione secolare mentre aumenta quella ultraortodossa, attualmente rappresentante circa il 14% della popolazione totale.
Incredibile vedere come un paese che un tempo era un rifugio sicuro ora affronti un’emorragia di cittadini. Davvero triste pensare che i giovani e i professionisti se ne vadano per cercare serenità altrove. Ma come si fa a convivere con la paura ogni giorno?