Il diesel russo riapre il fronte dei costi: perché l’aiuto Usa all’Ucraina non è una “voragine”

16.10.2026 11:59
Il diesel russo riapre il fronte dei costi: perché l’aiuto Usa all’Ucraina non è una “voragine”
Il diesel russo riapre il fronte dei costi: perché l’aiuto Usa all’Ucraina non è una “voragine”

La controversa intesa sul diesel russo annunciata da Donald Trump ha offerto a due portali cechi l’occasione per rilanciare una tesi già centrale nella propaganda del Cremlino: l’Ucraina non avrebbe possibilità di successo e il sostegno di Washington sarebbe diventato un peso finanziario insostenibile per gli Stati Uniti.

Tra il 13 e il 14 ottobre 2026, e První Zprávy hanno presentato l’eventuale disimpegno americano come una conclusione quasi inevitabile. Ma i numeri del bilancio statunitense, il ruolo del Congresso e la partecipazione crescente degli alleati europei raccontano una storia più complessa. L’assistenza a Kiev è una scelta politica contestata, non una spesa priva di ritorni strategici né una prova automatica del fallimento ucraino.

Un accordo energetico diventato un messaggio politico

Il 9 ottobre Trump aveva annunciato un’intesa con Vladimir Putin per la fornitura di diesel russo ai mercati americano e internazionale. Il primo quantitativo avrebbe dovuto superare le 300.000 tonnellate, con ulteriori consegne previste a novembre e nei mesi successivi.

Per rendere possibile l’operazione, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha temporaneamente allentato le restrizioni sanzionatorie sulla vendita del carburante russo, con un’autorizzazione destinata a restare in vigore fino ad aprile 2027. La Casa Bianca ha presentato la misura come uno strumento per aumentare l’offerta e ridurre i prezzi. Alcuni analisti hanno però messo in dubbio che i volumi annunciati possano modificare in modo significativo il mercato statunitense.

La ripresa delle esportazioni, intanto, può garantire nuove entrate a uno Stato che continua la guerra contro l’Ucraina. Il governo di Kiev e diversi governi dell’Unione europea hanno espresso preoccupazione: una riduzione della pressione economica su Mosca potrebbe rafforzare le sue capacità di sostenere il conflitto.

È in questo contesto che i due media cechi hanno collegato l’intesa energetica a un possibile abbandono dell’Ucraina. ha scritto che Trump sarebbe pronto a rinunciare definitivamente al sostegno a Kiev e ha sostenuto che l’Ucraina non avrebbe mai avuto possibilità di vincere la guerra, né avrebbe dovuto iniziarla. První Zprávy ha invece affermato che il Pentagono avrebbe già raggiunto il proprio obiettivo, limitando l’espansione russa, e che Congresso e Senato considererebbero ormai il conflitto ucraino una “voragine finanziaria” da chiudere immediatamente.

Si tratta di interpretazioni politiche, non di fatti acquisiti. Presentano l’esito della guerra come già scritto e la politica americana come una semplice questione contabile. Entrambe le premesse sono più fragili di quanto suggerisca il tono perentorio degli articoli.

La guerra non ha seguito un copione già deciso

L’idea che l’Ucraina non abbia mai avuto possibilità di resistere ignora alcuni passaggi decisivi dell’invasione su larga scala. La Russia non è riuscita a conquistare Kiev né a rovesciare il governo ucraino nelle prime fasi dell’attacco. In seguito, le forze ucraine hanno liberato ampie aree nelle regioni di Sumy, Chernihiv, Kharkiv e Kherson, mantenendo l’integrità dello Stato nonostante anni di guerra e la superiorità russa in diversi ambiti.

Questi risultati non dimostrano che l’Ucraina abbia già vinto, né permettono di prevedere da soli l’esito finale del conflitto. Dimostrano però che una vittoria russa non era inevitabile dall’inizio. L’andamento della guerra dipende dalla capacità di mobilitare uomini e risorse, dall’adattamento tecnologico, dalla produzione di armamenti e dal sostegno esterno. Trasformare una valutazione strategica in un destino già stabilito cancella proprio quei fattori che hanno cambiato più volte il campo di battaglia.

Anche un’interruzione dell’assistenza americana ed europea avrebbe conseguenze che vanno oltre il bilancio. Potrebbe rafforzare la posizione negoziale di Mosca e incoraggiare ulteriori pressioni militari o territoriali. La Russia continua a combattere e non ha accettato finora condizioni di negoziato compatibili con gli interessi di Kiev. Per questo la fine degli aiuti non coinciderebbe automaticamente con l’avvicinamento di una pace giusta: potrebbe invece modificare il rapporto di forza con cui le parti entrerebbero in eventuali trattative.

Che cosa comprendono i 195 miliardi di dollari

Dal febbraio 2022, l’aiuto statunitense all’Ucraina nei settori militare, umanitario e finanziario è arrivato a circa 195 miliardi di dollari. La cifra è consistente, ma non equivale interamente a un trasferimento di denaro al governo ucraino o all’economia ucraina.

Una parte rilevante degli stanziamenti resta negli Stati Uniti. Serve a finanziare la produzione di nuove armi e munizioni destinate a rimpiazzare il materiale prelevato dai depositi americani e inviato a Kiev. Il meccanismo consente quindi di sostenere l’Ucraina e, nello stesso tempo, di ricostituire e modernizzare le scorte delle forze armate statunitensi.

Gli ordini alla filiera della difesa alimentano stabilimenti e linee produttive sul territorio nazionale e contribuiscono alla creazione di posti di lavoro. Questo non significa che ogni spesa sia automaticamente efficiente o che l’aiuto non rappresenti una scelta di bilancio sottoposta a costi e controlli. Significa però che la definizione di “buco nero” è fuorviante: non descrive dove finiscono i fondi, né considera il rafforzamento della capacità industriale e militare americana.

Le proporzioni aiutano a inquadrare la cifra. Se i 195 miliardi vengono distribuiti, in modo puramente indicativo, tra febbraio 2022 e settembre 2026, la media annuale è di circa 40-42 miliardi di dollari. Rispetto a un bilancio del Pentagono di 961,6 miliardi previsto per il 2026, equivale a circa il 4,2 per cento. Rapportata a un prodotto interno lordo statunitense di circa 30.000 miliardi di dollari, la media annua rappresenta approssimativamente lo 0,13 per cento.

Queste percentuali non chiudono il dibattito sulla durata, sulle priorità o sui risultati dell’assistenza. Rendono però difficile sostenere, senza ulteriori argomenti, che il sostegno all’Ucraina sia in grado di compromettere la stabilità finanziaria degli Stati Uniti. La valutazione cambia ancora se si considera che Washington non è più l’unico finanziatore dell’acquisto di equipaggiamenti americani destinati a Kiev.

Il Congresso e gli alleati limitano la lettura di un solo uomo

La politica americana verso l’Ucraina non dipende soltanto dalle decisioni del presidente. Il 4 giugno 2026 la Camera dei rappresentanti ha approvato con 226 voti l’Ukraine Support Act, un provvedimento che prevedeva ulteriore assistenza alla sicurezza dell’Ucraina e un rafforzamento delle sanzioni contro la Russia. Tra i sostenitori figuravano anche esponenti repubblicani.

Il 13 ottobre, inoltre, dodici senatori di entrambi i partiti, tra cui sei repubblicani, hanno chiesto a Trump di cancellare l’accordo sul diesel russo. La loro motivazione era precisa: la ripresa delle vendite potrebbe aumentare le risorse finanziarie disponibili per la prosecuzione della guerra e indebolire la sicurezza degli Stati Uniti e dei loro alleati.

Il voto alla Camera e l’appello dei senatori non dimostrano che Washington manterrà necessariamente l’attuale livello di sostegno. Mostrano però l’esistenza di una componente bipartisan che considera il contenimento della potenza militare russa una questione di sicurezza nazionale. L’intesa tra Trump e Putin può dunque segnare un cambiamento importante, ma non equivale da sola alla chiusura del confronto americano sulla strategia da adottare.

Anche la rappresentazione degli Stati Uniti come unico donatore non corrisponde più alla distribuzione degli oneri. Nel 2025 gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno avviato il meccanismo Prioritized Ukraine Requirements List, noto come PURL. Attraverso questo sistema, i partner europei finanziano l’acquisto di armi e attrezzature militari statunitensi per l’Ucraina.

La formula sposta una parte crescente del costo sugli alleati e coordina la domanda europea con la produzione americana. Per i governi europei, inoltre, sostenere la difesa ucraina significa contribuire a frenare le capacità militari russe senza inviare direttamente le proprie forze armate sul campo. È una scelta onerosa e politicamente discutibile, ma non una spesa priva di relazione con la sicurezza del continente.

Gli articoli di e První Zprávy trasformano quindi una discussione ancora aperta in una sequenza di certezze: l’Ucraina non potrebbe prevalere, gli aiuti sarebbero insostenibili e il loro obiettivo sarebbe già stato raggiunto. La questione reale è meno semplice. Il futuro della politica americana dipenderà dalle decisioni della Casa Bianca, dal Congresso e dagli alleati; ma qualsiasi ritiro avrebbe effetti non solo sulle casse di Washington, bensì sull’equilibrio militare della guerra e sulla sicurezza europea.

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