La testimonianza di Sari Bashi, autrice di “Maqluba. Amore capovolto”, fornisce uno sguardo profondo sulla realtà vissuta da una famiglia israelo-palestinese in Cisgiordania, in un contesto di conflitto crescente. Come molti genitori israiani, il mio principale compito in questo periodo di tensione è assicurare la sicurezza dei miei bambini, sia sul piano fisico che emotivo, riporta Attuale.
Le sfide sono amplificate dalla nostra particolare situazione: io sono ebrea israeliana, mentre mio marito è palestinese proveniente dalla Striscia di Gaza. Crescendo i nostri due figli vicino a Ramallah-al-Bireh, ci troviamo in un’area priva di rifugi antiaerei. A differenza delle colonie ebraiche, dove gli avvisi di attacco sono all’ordine del giorno, nelle aree palestinesi la realtà è ben diversa. Nell’ultimo anno e mezzo, con l’intensificarsi delle minacce dall’Iran, ho cercato di far rifugiare i miei figli nella nostra piccola cabina armadio.
Mio figlio Adam, di sette anni, ubbidisce, mentre sua sorella Forat, di undici anni, percepisce la minaccia come un’opportunità per esprimere la sua indipendenza e emanciparsi da me.
Peluche nell’armadio
Nel tentativo di affrontare le emergenze, la mattina di un attacco israeliano, mi precipito al supermercato per comprare cibo per i bambini: patatine e succhi di frutta da riservare per i momenti di rifugio. Al mio ritorno, trovo Adam al tavolo della cucina, stanco e assonnato. Dopo un bacio affettuoso, lo invito a ricordare il nostro “gioco” nella cabina armadio, un gioco che ha un significato profondo.
Quando arrivano gli allarmi, entriamo nella nostra cabina, uno spazio stretto e confortevole. Sebbene non ci siano sirene, un’app sul mio telefono mi aiuta a rimanere informata sui pericoli nelle vicinanze. Spesso, quando i missili piovono, Adam si chiede perché dobbiamo nasconderci e cosa significhino realmente questi missili, e io me la cavo rispondendo vagamente, sperando di tenerlo al sicuro e calmo.
La cabina armadio è un rifugio, ma anche un luogo di conflitto domestico. Forat, ribelle come sempre, rifiuta di seguire l’ordine di rifugiarsi, preferendo restare accanto a suo padre Baba. Con attenzione, Osama spiega a Forat la situazione mentre io mi occupo di Adam. La tensione cresce; la necessità di protezione si scontra con la realtà della paura e del rifiuto.
Spesso, mentre ci troviamo rinchiusi, i bambini si annoiano e l’ansia di Adam cresce. Comincia a sperimentare giochi di dominanza, dove dà ordini e io obbedisco. Questi momenti di gioco sembrano aiutarlo a ristabilire il controllo su una vita che gli è stata strappata. Attraverso il gioco, riesce a negare la paura, inscenando troppi momenti di riflessione sulle minacce esterne.
Nei giorni seguenti, la tensione aumenta e le domande di Adam sulla morte diventano sempre più frequenti. Lui cerca conforto in me mentre io cerco di essere il suo “scudo” contro le paure del mondo esterno. Raccontandogli delle bugie adatte all’età, cerco di infondergli il coraggio e una sensazione di protezione, mentre lui desidera solo la normalità.
Questo gioco di controllo non è solo un modo per affrontare una vita in pericolo, ma riflette anche la complessità e la fragilità della nostra esistenza quotidiana, intrappolata tra la violenza e il desiderio di pace.