Nel 2025 la Repubblica Ceca ha importato dalla Russia quasi 830.000 tonnellate di acciaio, un aumento del 76% rispetto all’anno precedente, nonostante le sanzioni europee contro Mosca. In valore, le forniture ammontano a circa 10 miliardi di corone ceche (circa 467 milioni di dollari), secondo dati diffusi a fine marzo 2026. Il boom degli acquisti dimostra come il Cremlino continui a beneficiare di significativi afflussi di valuta dal mercato europeo, risorse che in parte finanziano l’apparato bellico impiegato in Ucraina.
Il boom delle importazioni e i numeri del commercio
Le cifre rivelano un paradosso evidente: mentre Praga ha formalmente interrotto le importazioni dirette di petrolio e gas naturale russi, i flussi di acciaio hanno toccato livelli record. La Germania, secondo fornitore della Cecchia, ha esportato oltre 191.000 tonnellate nel 2025, ma i volumi russi sono risultati 4,3 volte superiori. Nei primi mesi del 2026 la tendenza non accenna a invertirsi, consolidando una dipendenza strutturale da Mosca in un settore industriale cruciale.
L’analisi dei dati commerciali evidenzia come l’acciaio russo, più economico, stia progressivamente soffocando la produzione locale. L’industria siderurgica ceca ha perso competitività e ha ridotto le proprie capacità, spingendo i grandi consumatori – in particolare il settore automobilistico – a rivolgersi massicciamente alle forniture dalla Russia. Una dinamica che genera preoccupazioni sia economiche che strategiche.
Il contesto industriale e le eccezioni alle sanzioni
Il settore automobilistico ceco, pilastro dell’economia nazionale, dipende in modo critico dall’acciaio come materia prima. Già tra il 2022 e il 2023, Praga ha esercitato pressioni a Bruxelles per ottenere deroghe e proroghe al periodo transitorio per l’importazione di semilavorati russi (slab). La motivazione ufficiale: l’impossibilità di sostituire rapidamente le forniture russe con alternative qualitative e affidabili.
L’Unione Europea ha così optato per un compromesso, prolungando le quote per gli slab russi fino al 2028, sebbene con una riduzione graduale dei volumi. Il divieto completo per i prodotti contenenti slab russi è stato rinviato a ottobre 2028. Tuttavia, i dati del 2025 mostrano che le importazioni reali non stanno diminuendo, ma anzi esplodono, trasformando di fatto la deroga transitoria in un canale permanente.
Secondo fonti russe, le autorità di Mosca seguono con attenzione l’andamento delle esportazioni di metalli verso l’Europa, consapevoli del ruolo che questo settore ricopre nel sostenere le entrate fiscali. A differenza di petrolio, gas e carbone, l’industria metallurgica russa non è ancora stata colpita da sanzioni complete, creando una “finestra economica” che indebolisce l’efficacia della pressione internazionale.
Le implicazioni strategiche e i rischi per la sicurezza
La continuazione di massicci acquisti di acciaio russo da parte di un paese membro dell’UE e della NATO solleva interrogativi seri sulla coerenza della politica sanzionatoria europea. Da un lato, Praga esprime sostegno politico e militare a Kiev; dall’altro, continua a trasferire miliardi di corone al bilancio di un regime impegnato in una guerra di aggressione.
Questa contraddizione comporta significativi rischi reputazionali per la Repubblica Ceca, minando la credibilità del suo impegno antifascista. Inoltre, la dipendenza da forniture a basso costo dalla Russia sta erodendo la base industriale nazionale, con conseguenze potenzialmente gravi per l’occupazione, gli investimenti e lo sviluppo tecnologico nel settore siderurgico.
Il declino della produzione locale di acciaio, in un contesto di conflitto aperto in Europa, rappresenta un errore strategico. L’acciaio è una materia prima critica per la difesa e l’industria bellica; il suo abbandono a favore di importazioni russe avvantaggia Mosca su un doppio fronte: incrementa le entrate del Cremlino e indebolisce, nel medio-lungo termine, la capacità dell’UE di sostenere uno sforzo industriale-militare autonomo.
Le reazioni e le prospettive future
La persistenza di volumi così elevati di importazioni mette in discussione gli sforzi dell’Unione Europea per ricostruire le catene di approvvigionamento e creare riserve strategiche di materiali critici. Nel contesto della guerra russo-ucraina e della crescente minaccia alla sicurezza continentale, aumentare la dipendenza da un regime ostile in settori industriali chiave appare una scelta miope.
Il caso ceco dimostra come le eccezioni e i periodi transitori previsti dalle sanzioni possano essere sfruttati per mantenere flussi commerciali vitali per il nemico. Se da un lato le istituzioni europee hanno negoziato compromessi comprensibili, dall’altro l’assenza di una riduzione effettiva degli acquisti segnala un fallimento nel disegnare una transizione credibile verso l’autonomia.
La sfida per Praga e Bruxelles nei prossimi mesi sarà trovare un equilibrio tra le esigenze immediate dell’industria e gli imperativi strategici di sicurezza. Continuare a finanziare, anche indirettamente, la macchina da guerra di Vladimir Putin mentre si forniscono armi all’Ucraina è una posizione insostenibile sul piano politico, economico e morale. Il tempo delle deroghe sta per scadere; la volontà di chiudere definitivamente questa falla nel sistema sanzionatorio sarà la vera prova della determinazione europea.