Roma, 27 luglio 2025 – Le parole possiedono una forza capace di distruggere e costruire, come insegnava Buddha. Esse identificano la realtà, che nel tempo evolve, portando talvolta le parole a diventare obsolete e dimenticate. Le persone un po’ più grandicelle ricorderanno il termine “vu cumprà” e le sue molteplici varianti, come “vu’ cumprà”, “vù cumprà”, “vucumprà”, “vuccumprà”, persino “vo’ cumprà” (quasi poetico): un vero e proprio simbolo degli anni Ottanta, epoca caratterizzata da eventi come il pentapartito, le spalline delle giacche e le celebri “Domeniche in” di Baudo. In quel periodo, l’espressione era così inflazionata quanto la lira, fino a essere stigmatizzata dai media per la sua connotazione politica inappropriata, ritenuta razzista e colonialista. Recentemente, lo studioso Rocco Luigi Nichil ha esplorato la storia di questo termine nel suo lavoro “R&S – Ricerca e soccorso. Piccolo dizionario di parole migranti” pubblicato nella rivista “Lingua italiana” della Treccani, un contesto di rilievo. La parola, concepita per descrivere i migranti che vendevano merce di riproduzione sulle spiagge, racconta in verità molto di più su di noi, ossia coloro che l’abbiamo coniata.», riporta Attuale.
Tutto ha inizio, come spesso accade, in Romagna. È l’estate del 1986 e le coste sono invase da gruppi di venditori ambulanti, che offrono prodotti in maniera così vistosamente falsa da essere immediatamente riconoscibili. Le conseguenze di questa situazione comportano proteste da parte dei commercianti, accese discussioni e controlli da parte delle forze dell’ordine, mentre i media riportano gli eventi. Il termine “vu cumprà” è attestato fin da agosto 1986 sui giornali “Resto del Carlino” e “La Stampa”, diventando immediatamente parte del linguaggio comune a seguito del suo uso diffuso. Nemmeno un anno dopo, Claudio Quarantotto lo registra nel suo “Dizionario del nuovo italiano” definendolo “vucumprà (o vu cumprà) s.m. Venditore ambulante, generalmente di origine africana, così chiamato per il suo inconfondibile invito agli acquirenti”. Da notare che l’uso del termine “nero” in questo contesto oggi susciterebbe una reazione collettiva di condanna. Il termine, nel tempo, si amplia per includere nuove espressioni come “vu emigrà”, “vu campà”, “vu drugà” e “vu studià”, con un memorabile volantino dei leghisti di Cinisello Balsamo che aggiunge anche “vu stuprà”, dimostrando l’evoluzione politica del linguaggio. Contemporaneamente, il termine guadagna visibilità anche in Parlamento e in televisione.
Nel 1988, su Italia1, il noto produttore Antonio Ricci introduce un vero “vu cumprà” marocchino, Mazouz M’ Barek, alias Patrick, nel programma “L’araba fenice”, dove, come molti altri nel loro momento di celebrità, incide un disco intitolato “Viva vu cumprà”. Nello stesso anno, nel film estivo “Rimini Rimini un anno dopo”, Gianfranco D’Angelo interpreta il venditore africano Alì, in una rappresentazione che richiama gli stereotipi di un’epoca passata, simile ai tempi di Totò nel film “Totò truffa ‘62” (che, a dispetto del tempo, continua a divertire). Con l’arrivo degli anni Novanta, la sensibilità culturale cambia. “Vu cumprà” viene presto etichettato come un termine razzista, mentre sembra più innovativo rifarsi a termini come “risorse” per definire gli immigrati, secondo un’affermazione dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini. In un contesto in cui figure come Otello vengono rappresentate con una pelle più chiara, e dove tutti diventano “diversamente”, l’utilizzo di “vu cumprà” diventa inaccettabile almeno in pubblico e all’interno del linguaggio istituzionale. Oggi, è più comune riferirsi a un “Rosario”, un termine usato per designare il “bangla” o il “paki” che cerca di venderti rose (e, come accade spesso, finiscono col ricevere acquisti da parte di italiani, gente che, pur avendo una cattiva reputazione linguistica, è generalmente benintenzionata).