Attacco coordinato Usa-Israele all’Iran: obiettivi, risposta di Teheran e strategia militare

28.02.2026 11:25
Attacco coordinato Usa-Israele all'Iran: obiettivi, risposta di Teheran e strategia militare

Un’azione coordinata Usa-Israele contro l’Iran sferrata in pieno giorno e con i negoziati ancora in corso. Gli israeliani l’hanno ribattezzata «Ruggito del Leone» mentre gli americani la chiamano Epic Fury, riporta Attuale.

La mossa

L’ordine d’attacco sembrava imminente ma si riteneva che ci fosse ancora spazio per la trattativa. Invece la Casa Bianca, insieme a Tel Aviv, ha bruciato i tempi. È la seconda volta che accade nel confronto con l’avversario.

I target

I raid hanno colpito diverse località in tutto il paese. Nella capitale sono stati presi di mira sedi istituzionali e militari. Tra questi la sede dell’intelligence, Beit E Rahbari (centro di comando e controllo), caserme, gli uffici del Consiglio di Sicurezza. Probabile che abbiano «puntato» su alti ufficiali, dirigenti, esponenti di rilievo per un nuovo tentativo di decapitazione. Il regime, su questo aspetto, ha adottato contromisure su più livelli. L’ayatollah Alì Khamenei sarebbe stato trasferito da tempo in un luogo sicuro, inoltre è stato adottato un sistema con la designazione di tre figure importanti che deve assicurare una successione temporanea. Stessa cosa è stata studiata per i vertici di guardiani e forze armate. Al momento non ci sono dati precisi sulla sorte di personalità: secondo le fonti locali, il presidente Massud Pezeshkian sarebbe illeso.

Azioni parallele

Internet paralizzato, incursioni hacker contro media iraniani mentre l’account in farsi attribuito al Mossad ha lanciato un appello a diffondere immagini e notizie. Insieme all’iniziativa bellica c’è quella propagandistica per seminare confusione, alimentare incertezza, enfatizzare le perdite. Non è da escludere che, come in passato, abbiano agito agenti reclutati da israeliani e americani, membri dell’opposizione armata in grado di condurre missioni coperte.

I tempi

Washington e Tel Aviv hanno precisato che sarà un’offensiva prolungata, non limitata nel tempo. I messaggi pubblici diffusi dallo stesso Trump e dagli israeliani esprimono la volontà di un cambio drastico, auspicano il rovesciamento del regime, delineano la distruzione dell’arsenale della Repubblica islamica, sperano in fratture in un sistema di potere composito, invitano alla resa, offrono «perdono» a chi cambia campo. Sono parole che danno l’idea di qualcosa di più ampio di uno strike.

La risposta

Intanto i pasdaran hanno annunciato le prime rappresaglie con i missili terra-terra. È scattato l’allerta da Israele fino alle sponde del Golfo Persico. Udite deflagrazioni in Bahrein, la monarchia che ospita il comando della V flotta statunitense (pare sia stata centrata), in Qatar, altro tassello rilevante dello schieramento americano con la base di al Udeid, ad Abu Dhabi e in Kuwait dove sono state attivate le batterie antiaeree.

Il futuro

I pericoli sono tanti come lo sono i dubbi. Del resto, alla vigilia dell’operazione, persino il Pentagono ha fatto trapelare obiezioni di ordine tecnico ma anche politico. Le scorte di munizioni, i costi della mobilitazione, le perdite di vite umane, i danni materiale. Indiscrezioni che, da un lato, hanno rappresentato un diversivo ma, dall’altro, hanno recepito le analisi inquiete sul «dopo». Nessuno ha certezze e il Medio Oriente, con le infinite diramazioni, è una trappola di sorprese.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere