Riforma della giustizia in Italia: il dibattito accende gli animi
Roma, 19 marzo 2026 – “La vera partita inizierà un minuto dopo il referendum”. Lo ripete da tempo Giampaolo Di Marco, 50 anni, dal 2021 segretario generale dell’Associazione Nazionale Forense (Anf), sottolineando l’importanza di un dialogo sincero sui temi della riforma della giustizia, riporta Attuale.
Il messaggio è chiaro: siamo nel bel mezzo della gara.
“Eppure noi fin dallo scorso novembre, quando ancora non era stata fissata una data per il voto, abbiamo provato a promuovere il dialogo sui temi della riforma della Giustizia e non sulla contrapposizione politica. Siamo rimasti inascoltati: non ci chiamano ai dibattiti”, aggiunge Di Marco, evidenziando la mancanza di ascolto da parte delle istituzioni.
Ma il vostro invito, “Sì, confrontiamoci”, non è esattamente super partes.
“Il punto non è quel Sì. È che, comunque vada la consultazione elettorale, la giustizia va riformata. E va fatto insieme”, sottolinea con decisione il segretario dell’Anf. Questa riforma è vista come necessaria e urgente.
Da cosa si parte?
“La separazione delle carriere è l’elemento meno divisivo. Ed è una storica battaglia dell’avvocatura”, afferma Di Marco, strizzando l’occhio alle logiche di maggiore imparzialità nella giustizia.
Poi?
“Lasciamo ai giuristi i tecnicismi sul sorteggio e aspetti simili. Mettiamo al centro i problemi quotidiani della giustizia. Uno su tutti l’innalzamento delle competenze dei giudici di pace, un ambito che oggi grida vendetta”, aggiunge, evidenziando le carenze attuali del sistema giudiziario.
Facciamo alcune ipotesi. Se vince il Sì?
“Confrontarci diventa fondamentale. Ci sarà immediato bisogno di un dialogo istituzionale che permetta di applicare la riforma e declinarla nella legge ordinaria”, prevede Di Marco, preoccupato delle possibili complicazioni post-referendum.
I nodi principali?
“Oggi l’autonomia della magistratura requirente non ha uno spazio costituzionale. La riforma creerà questo spazio e sarà fondamentale che tale principio venga calato nella quotidianità dei processi in maniera coerente”, afferma, evidenziando la necessità di un intervento legislativo ben strutturato.
Sarebbe a dire?
“Si sdoppierebbe, oltre al Csm, anche la funzione di guida e controllo del Presidente della Repubblica. Bisognerà declinare questa doppia garanzia. Sfumature non di poco conto per i giuristi e i costituzionalisti”, spiega Di Marco, sottolineando che la riforma richiede un’approfondita riflessione giuridica.
Ipotesi due: vince il No.
“È fondamentale che la spinta riformatrice non si arresti. Certo, bisognerà capire quando i tempi saranno maturi per una nuova azione. Di sicuro non in questa legislatura. Ma va considerato che anche questa riforma non nasce oggi: ci sono disegni di legge, a firma anche di Tina Anselmi, datati 1974, che affrontano molti degli argomenti oggi in discussione”, evidenzia, facendo riferimento alla lunga storia di tentativi di riforma.
La domanda principe è una: riformare la giustizia pone il rischio di porla sotto al controllo della politica?
“La suggestione che la politica possa cambiare le regole per sottomettere la giustizia, da tecnico, non mi pare percorribile nel nostro ordinamento. Di sicuro non con una riforma del genere. È una delle tante esagerazioni del dibattito attuale”, ribatte, cercando di placare le paure generate dalle polemiche.
Eppure lo scontro è su questo. Come ci siamo arrivati?
“Le colpe sono duplici, a mio avviso. Da un lato la politica non ha ritenuto di condividere il lavoro di stesura della riforma. Dall’altro né la magistratura né le opposizioni hanno fatto proposte alternative credibili. Così il percorso parlamentare non ha trovato discussione nel merito, ma solo contrapposizione politica. Il risultato è lo scontro di questi giorni”, conclude Di Marco, lasciando aperta la riflessione sulla responsabilità condivisa in questa continua tensione tra poteri.