La crisi della “famiglia del bosco”: i bambini al centro di un dramma familiare
Roma, 14 marzo 2026 – Nel caso della “famiglia del bosco”, mentre gli adulti discutono su chi abbia ragione, i bambini stanno cercando di capire una cosa molto più semplice: perché il loro mondo si è rotto, riporta Attuale.
Quando un bambino cresce una parte decisiva della propria vita – quella in cui si forma la personalità – in un ambiente isolato come quello ormai noto “del bosco” e viene poi strappato all’improvviso alla propria famiglia, spostato da una struttura all’altra, quello che si produce è una doppia frattura. La prima è la rottura con il proprio mondo: i campi aperti di Palmoli, le abitudini. La seconda è la rottura con le figure che per lui rappresentano sicurezza: i genitori, mamma Catherine Birmingham e papà Nathan Trevallion. I bambini hanno una capacità di adattamento sorprendente e possono resistere anche a condizioni difficili. Ma ciò che li destabilizza davvero è l’incertezza.
Quando vengono separati dai genitori, quando entrano in una struttura prima con la madre e poi senza, e ancora rischiano di essere trasferiti in un’altra casa famiglia, quando più comunità esitano o addirittura rifiutano di accoglierli, il rischio psicologico si fa molto più profondo. Perché a quel punto può insinuarsi un pensiero devastante: l’idea di non essere voluti. Ed è proprio questa sensazione – più ancora delle condizioni materiali – a lasciare le cicatrici più durature nella sicurezza affettiva di un bambino e nel modo in cui costruirà la propria identità.
Incredibile, ma vero, nelle ultime ore gli stessi servizi sociali hanno chiesto al tribunale di evitare un ulteriore trasferimento dei bambini e di lasciarli nella casa famiglia di Vasto. Forse c’è uno spiraglio di riconoscere una verità scomoda: dopo una prima separazione, un secondo sradicamento rischia di trasformarsi in una ferita ancora più profonda. Perché ogni nuovo spostamento manda ai bambini un messaggio sottile ma potentissimo: che il loro posto è sempre altrove, che devono essere spostati, ricollocati, valutati. E quando un bambino inizia a percepirsi così – come qualcuno che nessuno riesce davvero a tenere con sé – la ferita non riguarda più solo il presente. Riguarda l’immagine che costruirà di sé negli anni a venire.