Il Diritto al Suicidio Assistito in Italia: Situazione e Testimonianze
Da sette anni le richieste di legiferare sul suicidio assistito, avanzate dalla Corte costituzionale al Parlamento, non hanno ancora trovato riscontro. Nel frattempo, si registra un’evoluzione del Paese, che, tra battaglie legali e conquiste gradualiste, prosegue caso per caso. Sebbene il diritto esista formalmente, la sua applicazione variabile sul territorio nazionale genera una disparità di trattamento inaccettabile. Nel silenzio della politica, l’8 luglio, con la sentenza attesa della Consulta sul caso di Libera (nome fittizio di una donna di 55 anni affetta da sclerosi multipla progressiva, completamente paralizzata e sostenuta da trattamenti vitali), l’Italia sembra avviarsi verso un passo successivo: consentire l’accesso all’eutanasia per coloro che soddisfano i requisiti per il suicidio assistito ma non possono autogestirsi il farmaco, riporta Attuale.
Oggi, una persona in grado di prendere decisioni consapevoli, affetta da una patologia irreversibile che causa sofferenze fisiche o psicologiche estreme, e che riceve trattamenti di sostegno vitale (come idratazione e alimentazione artificiale), può decidere di rinunciare a tali interventi. In questo contesto, come sottolinea Mina Welby, “l’ultima guarigione è morire”. Si può optare per la sedazione palliativa profonda e continua, un processo che conduce a una morte naturale ma più lenta oppure si può richiedere il suicidio assistito. Tuttavia, questo diritto è spesso ostacolato da un iter burocratico così lungo e complesso che di fatto lo svuota di significato.
Le storie di chi vive questa situazione sono toccanti. “Vediamo quante persone, nel dolore, intraprendono questi percorsi per verificare le condizioni e assistiamo a dinieghi che vengono contestati – racconta Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’Associazione Luca Coscioni –. I tempi, spesso, si allungano eccessivamente: Federico Carboni, nelle Marche, ha atteso due anni; Laura Santi, in Umbria, quasi tre, entrambi ricorrendo ai tribunali. Quando una persona malata ci tiene a esprimere il suo ‘basta’ e fissa una data oltre la quale non vuole andare, quel tempo assume un significato particolare.”
I tempi di attesa variano considerevolmente, da pochi mesi a diversi anni a seconda delle regioni. “Ci sono notevoli differenze territoriali, soprattutto per quanto riguarda i tempi necessari per ottenere dal Sistema sanitario nazionale le verifiche delle condizioni richieste per l’accesso al fine vita assistito. In Campania e nelle Marche i tempi sono particolarmente lunghi.” Spiega Gallo che, per le persone malate, si è spesso costretti a inviare diffide per le verifiche, poiché le commissioni mediche non sempre sono aggiornate sull’interpretazione del trattamento di sostegno vitale stabilita dalla Corte costituzionale. Tale è il caso di Sibilla Barbieri, malata oncologica terminale, la cui richiesta non è stata accolta nonostante la sua dipendenza da ossigeno e una terapia del dolore consistente. Per lei e per altri casi simili dal 2022 a oggi, che hanno portato a disobbedienze civili, l’unica alternativa è stata recarsi in Svizzera con l’aiuto di Marco Cappato.
In Friuli Venezia Giulia, per esempio, è stato necessario l’intervento del Tribunale di Trieste per ottenere le verifiche previste dall’azienda sanitaria per il suicidio assistito. In Lombardia e in altre regioni, la mancanza di disponibilità da parte della struttura sanitaria per l’assistenza richiesta ha spinto alcuni a rivolgersi a medici privati. In Toscana, però, sono state superate le difficoltà nella somministrazione del farmaco grazie a una legge regionale recentemente entrata in vigore.
Marco Annoni, coordinatore del Comitato Etico di Fondazione Umberto Veronesi, sottolinea un fenomeno preoccupante: “Molte persone, pur rispettando i quattro requisiti necessari per accedere al suicidio medicalmente assistito, non riescono a verificarli nei tempi utili. Queste lunghe attese, pesantissime per i malati e le loro famiglie, spesso conducono alla clandestinità. Anche se manca la volontà politica di regolarizzare questa pratica, il fine vita in Italia avviene ugualmente. Accade quando un medico compassionevole si mette a disposizione per esaudire i desideri della persona e dei suoi cari, rischiando però fino a 15 anni di carcere per omicidio del consenziente. Si tratta di un movimento sotterraneo che opera outlaw, già evidenziato più di dieci anni fa da Umberto Veronesi.