L’Aquila: crisi familiare in un contesto di grave tensione emotiva
L’Aquila, 13 febbraio 2026 – “Mi sento male, i bambini stanno vivendo nel terrore io non li posso proteggere, specialmente di notte”. Questa è la drammatica testimonianza di Catherine Birmingham, che ha recentemente concluso una seduta con la psichiatra Simona Ceccoli, incaricata di valutare la capacità genitoriale della madre australiana e del marito Nathan Trevallion. La seduta, però, è finita prima del previsto. Le telecamere di La Vita in diretta hanno catturato poche, ma significative, parole della madre australiana trapiantata in Abruzzo. “La coppia è molto provata dalla vicenda”, ha osservato la consulente di parte, Marina Aiello, sottolineando la grande resilienza psicologica di entrambi genitori, una risorsa che, tuttavia, rischia di esaurirsi dopo mesi di attesa estenuante, riporta Attuale.
Il 20 novembre scorso, i tre figli della coppia sono stati allontanati dalla loro casa nel bosco di Palmoli dai giudici dell’Aquila, a seguito di una relazione degli assistenti sociali che aveva sollevato seri dubbi riguardo alle loro condizioni igienico sanitarie e al livello di istruzione. Non è bastato il trasferimento del padre in una casa con acqua corrente ed elettricità, né l’affiancamento di un tutore per l’home schooling. Dopo quasi tre mesi, i tre bambini sono ancora in una casa famiglia di Chieti, dove la madre può stare con loro, ma non può prendere decisioni riguardo alla loro educazione o addirittura dormire nello stesso ambiente.
“È a tutti molto chiaro che il supremo interesse per i bimbi consiste che ai bimbi vengano restituiti i loro genitori”, ha dichiarato lo psicologo e neuropsichiatra Tonino Cantelmi, consulente dei Trevallion, dopo l’incontro con il perito del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Catherine, ha aggiunto, è molto provata e denuncia un progressivo peggioramento delle condizioni dei figli, esprimendo preoccupazione per la loro salute mentale e fisica.
Cantelmi ha evidenziato le difficoltà nel compiere l’incontro, sollevando perplessità sull’organizzazione della seduta di test. “Abbiamo molte perplessità su come è stata organizzata questa seduta”, ha detto, promettendo un’adeguata discussione del tema se necessario. Tuttavia, ha ribadito, “è a tutti molto chiaro che il supremo interesse per i bimbi consiste che ai bimbi vengano restituiti i loro genitori. I test saranno completati comunque in un incontro successivo”.
Catherine ha segnalato che i bambini, in particolare il più piccolo di 6 anni, stanno affrontando crisi d’ansia, svegliandosi di notte in preda a un terrore inconsolabile. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i genitori hanno presentato al Tribunale dell’Aquila una lettera-diffida, denunciando che i figli vengono chiusi a chiave in stanza durante la notte, al fine di evitare il ricongiungimento con la madre, costretta a dormire in un’altra parte dell’edificio.
“Credo che a nessuno sfugga — scrive nella diffida la difesa dei Trevallion — come una simile decisione determini una ulteriore e ingiustificata sofferenza nei tre minori, erigendo, di fatto, un invalicabile muro d’angoscia che si traduce in un insostenibile senso di impotenza e di colpa. I bimbi percepiscono la separazione come una loro responsabilità e questo è insopportabile.”
La presenza di Catherine nella stessa struttura dei figli è vista come una deroga alla sospensione della patria potestà, pensata per alleviare la sofferenza del distacco. Tuttavia, rimane da valutare se questa gestione abbia realmente raggiunto il suo scopo. Secondo il fondazione che gestisce la casa famiglia, si sta verificando una “campagna denigratoria” contro la comunità d’accoglienza.
“In questi decenni la struttura ha rappresentato un punto di riferimento per le istituzioni i servizi sociali e il sistema giudiziario minorile”, si legge in una nota. “L’équipe educativa è composta da educatrici professionali laureate, con ulteriori specializzazioni e percorsi di formazione avanzata, coordinate da una responsabile psicologa-psicoterapeuta con oltre vent’anni di esperienza”.
“L’uso di espressioni quali ‘prigione‘, ’41 bis’ riferite a una comunità educativa – prosegue la nota – rappresenta una grave e inaccettabile distorsione della realtà, oltre che un’offesa non solo alla struttura e ai professionisti che vi operano, ma soprattutto ai minori che vi sono accolti e protetti”.