Sono emerse nuove rivelazioni su come il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu abbia persuaso il presidente americano Donald Trump a intraprendere azioni militari contro l’Iran. Secondo un’inchiesta condotta da Jonathan Swan e Maggie Haberman per il New York Times, la situazione geopolitica attuale, con la guerra in standby, fa tornare alla luce gli eventi strategici che hanno portato a questa decisione, evidenziando così il processo decisionale all’interno della Casa Bianca. Questo reportage è anche parte di un nuovo libro intitolato «Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump», riporta Attuale.
Il momento cruciale si è verificato l’11 febbraio, quando Netanyahu ha visitato la Casa Bianca per spronare Trump a lanciare un attacco contro l’Iran. Durante l’incontro, ha presentato un piano congiunto Usa-Israele per smantellare il programma missilistico iraniano. Supportato dal capo del Mossad e altri funzionari israeliani, Netanyahu ha espresso la convinzione che la mancanza di azione avrebbe portato a conseguenze più gravi rispetto a un attacco militare. Trump, preso dalla narrazione dipinta dai suoi ospiti, ha avviato studi di fattibilità per una possibile operazione.
Il 12 febbraio, i funzionari americani si sono riuniti per valutare le proposte di Netanyahu, suddividendo i suoi argomenti in quattro punti principali: l’azzeramento del regime iraniano, il ridimensionamento della sua potenza regionale, la fomentazione di una rivolta popolare e il cambio di regime con l’insediamento di una leadership laica. Tuttavia, le valutazioni dell’intelligence americana hanno messo in discussione la possibilità di realizzare l’ultimo obiettivo.
Le dinamiche che hanno portato alla decisione
Il direttore della CIA, John Ratcliffe, ha descritto la proposta di un cambio di regime come “farsesca”, mentre il vicepresidente JD Vance ha espresso riserve significative riguardo alle possibili ripercussioni di un attacco. Nonostante queste preoccupazioni, Trump ha continuato a favorire l’idea di un intervento militare.
La crescente ossessione di Trump nei confronti dell’Iran è stata alimentata dalle esperienze passate, tra cui l’abbattimento del generale Qassem Soleimani. Trump ha voluto dimostrare una cattiva volontà nei confronti della leadership iraniana, spingendo così verso una soluzione più aggressiva come risposta alle minacce percepite.
Alla fine di febbraio, le pressioni da parte di Netanyahu si sono intensificate con nuove proposte, inclusa l’ipotesi di un attacco mirato per eliminare l’élite iraniana. La riunione decisiva si è tenuta il 26 febbraio, dove, nonostante l’assenza di alcuni membri chiave dell’amministrazione, nessuno ha osato opporsi apertamente a Trump. Alla conclusione dell’incontro, il presidente ha ordinato l’operazione “Epic Fury”.
Queste dinamiche, secondo gli autori, evidenziano un tema ricorrente nella storia delle decisioni politiche americane, dove le pressioni esterne e la percezione di minacce possono portare a scelte avventate senza il dovuto consulto e una verifica razionale delle conseguenze a lungo termine.