Di Segni: «Riconoscimento della Palestina richiede reciprocità»

03.08.2025 23:15
Di Segni: «Riconoscimento della Palestina richiede reciprocità»

La presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, si trova attualmente a Gerusalemme per dare il benvenuto alla nascita della sua quarta nipotina. In un momento segnato da tanta sofferenza, ha commentato: «Prendo questo come un segno in mezzo a tante atrocità, la vita va avanti…», riporta Attuale.

A proposito: come è stato accolto a Gerusalemme il video choc di Hamas che mostra un giovane ostaggio israeliano, Evyatar David, in condizioni inaccettabili?
«Alcuni hanno paragonato questo momento a un secondo Olocausto e io non posso che concordare. Dopo 667 giorni di torture subite nei tunnel, che servono solo a Hamas e non alla popolazione di Gaza, possiamo considerare questi spazi come veri e propri campi di sterminio per gli ostaggi israeliani. Questo video è purtroppo propaganda di Hamas; le parole di Evyatar sono state imposte da loro, rendendo sempre più difficile il processo per il ritorno degli ostaggi e la sicurezza di Israele, oltre alla necessità di costruire un futuro sostenibile per tutti, compresi i palestinesi.

Netanyahu ha manifestato grande tristezza per queste immagini. Crede che il primo ministro voglia davvero giungere a un negoziato?
«Assolutamente sì. Tuttavia, se l’Occidente continua a legittimare Hamas, sia nella politica che nel mondo accademico, la situazione diventa complessa. Oggi per noi ebrei è un giorno di lutto e digiuno, in onore di Tishà Beav, celebrare la distruzione dei templi di Gerusalemme. Anche oggi, al Muro del Pianto, recitiamo le antiche lamentazioni, che parlano dell’isolamento e della distruzione di Gerusalemme, richiamando anche eventi recenti, come quello del 7 ottobre.»

Parlano anche di una crescente solitudine per Israele, con Francia, Germania e Canada pronte a riconoscere lo Stato palestinese, mentre l’Italia si mostra più cauta.
«Apprezzo la posizione del governo Meloni. È necessario un riconoscimento reciproco. Se i palestinesi mostreranno la volontà di riconoscere Israele, allora si potrà affrontare la questione dello Stato palestinese. Cosa implica in realtà? Significa uno Stato in cui Hamas detiene il potere? Non hanno alcuna intenzione di vivere in pace accanto a Israele. Possiamo anche riconoscerlo, ma le conseguenze? Le nazioni arabe sembrano molto più pragmatiche rispetto agli europei, che si attirano su questioni di frenesia».

Tuttavia, non crede che Israele si stia isolando dopo gli eventi del 7 ottobre? La chiesa di padre Romanelli ne ha risentito e il cardinale Pizzaballa ha potuto visitare le rovine…
«Israele ha compiuto errori gravi, e l’Ucei ha subito condannato quanto accaduto. Ma è impensabile che tali atti siano stati commessi intenzionalmente. Durante una guerra, purtroppo, avvengono cose orribili. È giusto ascoltare il grido di dolore della popolazione civile palestinese e coltivare la pietà. Ma il presidente Herzog, che nutre grande rispetto per Sergio Mattarella, ha avvertito la necessità di rispondere alle accuse di uccisioni indiscriminate a Gaza. Attenzione, perché la pietà può distrarre e qualcuno potrebbe approfittarne. Personalmente, ho grande preoccupazione per la situazione in Italia…».

Quale particolare timore perfino?
«Non solo l’antisemitismo che si riaccende. Ma temo che questa ondata opaca di critiche e distorsioni finisca per legittimare il terrorismo e le sue cellule. C’è il rischio che un giorno l’Occidente non sia più in grado di difendersi».

Bari si prepara a consegnare le chiavi della città a Francesca Albanese. Cosa ne pensa?
«La relatrice Onu dovrebbe venire a Gerusalemme e osservare come arabi ed ebrei, di ogni fede e orientamento, coesistano in ospedale. Questa rappresenta per noi la vera convivenza. Invece, lei descrive la situazione come genocidio e apartheid. È incomprensibile che il sindaco di Bari voglia conferirle simbolicamente le chiavi della città. Questa è solo una manifestazione della follia del nostro tempo».

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