Elezioni in Iraq: La fragilità della democrazia di fronte a boicottaggi e corruzione
Martedì si svolgeranno le elezioni in Iraq, le settime dal 2003, anno dell’invasione statunitense che depose Saddam Hussein. Questi eventi saranno seguiti con attenzione, non solo per identificare i vincitori, ma per analizzare la resilienza di un sistema democratico ancora fragile e afflitto dalla corruzione, basato prevalentemente su identità etniche e religiose. Si prevede una bassa affluenza alle urne a causa di un crescente clima di sfiducia verso la politica e l’effetto di annunciati boicottaggi, riporta Attuale.
I seggi del parlamento unicamerale di 329 membri saranno rinnovati. La coalizione favorita è il Quadro di coordinamento sciita (CF), attualmente guidata dal primo ministro Mohammed Shia al Sudani. Da quando è stato installato, nessun primo ministro ha mai ottenuto un secondo mandato, rendendo incerta la conferma di al Sudani anche in caso di vittoria della sua coalizione.
Esponenti di alcuni partiti all’interno della coalizione stanno spingendo per un nuovo leader, con gli Stati Uniti che lo vedono come troppo vicino alle milizie filoiraniane, le quali, pur essendo formalmente ufficiali, mantengono una forte influenza politica in Iraq. Alcuni gruppi come Kataib Hezbollah si sono presentati alle elezioni con liste proprie, malgrado il riconoscimento internazionale come organizzazione terroristica.
Le milizie, create nel 2014 per combattere l’ISIS, sono state integrate nell’esercito iracheno nel 2016, ma operano ancora con ampia autonomia. Gli Stati Uniti hanno richiesto che il governo iracheno le isoli e le smantelli, ma questi tentativi non hanno avuto successo e la loro influenza sulla società e politica irachena rimane significativa. A differenza di gruppi simili, come Hezbollah in Libano, queste milizie si sono per lo più astenute da conflitti aperti con Israele, mantenendo una posizione di forte resistenza nonostante le difficoltà del regime iraniano.
Il simbolo elettorale del partito di al Sudani presenta una gru da cantiere, emblema del sviluppo del settore delle costruzioni, fondamentale in un paese con infrastrutture carenti. Nonostante le immense risorse petrolifere, l’Iraq soffre di frequenti blackout e ha instaurato una rete clientelare per sostenere oltre un milione di dipendenti pubblici, alimentando ulteriormente la corruzione e incrementando disoccupazione e povertà, problematiche ora prioritarie per gli elettori.
Al Sudani è stato nominato primo ministro nel 2021, nonostante la vittoria del Movimento Sadrista, un partito rivale sciita guidato da Muqtada al Sadr. Essendo stato escluso dai negoziati di governo, al Sadr ha ritirato la sua rappresentanza parlamentare e attualmente sostiene un boicottaggio delle elezioni, mantenendo una posizione di distacco dall’attuale governo, che considera illegittimo. Resta comunque una figura influente e una bassa affluenza alle urne potrebbe essere interpretata come una vittoria simbolica per il suo movimento, con possibili ripercussioni in forma di nuove proteste.
In totale, ci sono 32 milioni di potenziali elettori, ma solo 21 milioni si sono registrati per il voto, un processo che richiede la fornitura di dati biometrici. Si prevede che meno del 40% di questi andrà a votare, un dato storico che supererebbe il già basso 41% delle ultime elezioni nel 2021.
Il panorama politico iracheno è caratterizzato da una complessità notevole con 31 coalizioni, 38 partiti politici e 75 candidati indipendenti in corsa. Queste forze possono essere raggruppate in tre blocchi principali su base etnica e religiosa: sciiti, sunniti e curdi, con preferenze elettorali ancora basate su queste identità. La tradizione richiede che il primo ministro sia scelto tra la maggioranza sciita, il presidente sia un curdo e il portavoce del parlamento un sunnita.
Ogni lista partecipa alle elezioni singolarmente per poi negoziare alleanze post-voto. Il sistema di distribuzione dei seggi, complesso e articolato, garantisce la rappresentanza di donne e minoranze, ma penalizza i candidati indipendenti, mantenendo lo status quo. Le elezioni presentano delle irregolarità; oltre 880 candidati sono stati esclusi per motivi non sempre trasparenti, sollevando preoccupazioni in merito a pratiche come il voto di scambio, come ha denunciato l’ex primo ministro Haider al Abadi, che ha annunciato il boicottaggio delle elezioni della sua coalizione.