Monza, 24 Ottobre 2025 – Messaggi sui social ritenuti dalla Procura di Monza una “vessazione pubblica” hanno sollevato gravissime preoccupazioni per la salute mentale di un giovane accusato di abusi, costretto a cambiare radicalmente le sue abitudini di vita e persino spinto a tentare il suicidio. Le frasi pronunciate, tra cui “Gli facciamo fare la fine della mer*a che è” e “Ti giuro che avrà una morte sociale, politica che non immagini”, testimoniano un clima di violenza psicologica e intimidazione, riporta Attuale.
Chi sono Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene
Di conseguenza, il pm monzese Alessio Rinaldi ha chiuso le indagini per stalking nei confronti delle due attiviste femministe Carlotta Vagnoli e Valeria Fonte, ben conosciute sui social, e della scrittrice esperta di relazioni internazionali Benedetta Sabene. Lo scorso 28 gennaio, Vagnoli e Fonte avevano annunciato via Instagram di essere state oggetto di perquisizioni e sequestri dei loro dispositivi elettronici. L’inchiesta ha preso avvio nel dicembre 2023, in seguito al coinvolgimento di una presunta vittima in una relazione con un’altra attivista femminista, successivamente conclusasi dopo che era emerso un flirt con un’altra donna del medesimo gruppo.
La relazione interrotta e la “gogna digitale”
Le indagini indicano che da questa rottura sarebbe scaturita una “gogna digitale”, a cui avrebbero partecipato anche Benedetta Sabene. Il giovane accusato sarebbe stato etichettato come un abuser e un manipolatore, venendo quindi bersagliato da insulti e escluso da eventi e collaborazioni. Questa pressione sociale ha portato a un tentativo di suicidio a metà febbraio.
La testimone Serena Mazzini, alias Serena Doe
In seguito, il giovane ha deciso di presentare denuncia, e tra i testimoni citati figura anche la stratega dei social media e critica Serena Mazzini, nota online come Serena Doe, la quale sarebbe stata a sua volta presa di mira da Vagnoli e Fonte, spingendola a denunciare le due attiviste.
La tesi della Procura, ma le attiviste negano gli addebiti
Secondo la Procura, gli atti persecutori contestati sarebbero parte di una “campagna denigratoria ed offensiva”. Tuttavia, le indagate hanno negato le accuse, affermando di aver operato “nella piena legalità e per la protezione delle vittime di violenza maschile”. Ora hanno un termine per presentare memorie o richiedere di essere interrogate dal magistrato, in attesa di una possibile richiesta di rinvio a giudizio.