Funerali di Domenico Caliendo: lacrime e richieste di giustizia a Nola
Nola (Napoli) – Quando il feretro bianco scivola fuori dal Duomo, piccolo e leggero come un sogno, la città di Nola smette di respirare. Un secondo. Forse due. Poi arrivano le note. Io sono un guerriero / veglio quando è notte / Ti difenderò da incubi e tristezze /Ti riparerò da inganni e maldicenze / E ti abbraccerò per darti forza sempre. Marco Mengoni non immaginava che i versi di ‘Guerriero’ sarebbero diventati un giorno la colonna sonora di un lutto impossibile e assurdo. Che avrebbero accompagnato una bara bianca sulle spalle di un padre che cammina come se portasse il mondo intero, e non riesce a piangere. Piazza Duomo è stracolma. Piena di magliette bianche con quel faccino stampato sopra: due occhi grandi, un sorriso che non chiedeva niente al mondo, solo di starci dentro ancora un po’. Domenico Caliendo, due anni e cinque mesi. Un guerriero, sì. Il più piccolo di tutti. E non lotterò mai per un compenso/ Lotto per amore, lotterò per questo, riporta Attuale.
Patrizia Mercolino, la mamma, è lì in prima fila con gli occhi che sembrano abitare un mondo lontano. Accanto a lei, Antonio, il papà. Due persone che fino al 22 dicembre avevano il futuro davanti, con Domenico in mezzo, e adesso si ritrovano a fare la cosa più innaturale che esista: seppellire un figlio. In chiesa arriva anche Anna Iervolino, la manager del Monaldi. Si avvicina a mamma Patrizia, si guardano, si abbracciano in silenzio. Poi va via, scortata da due funzionari dell’ospedale dei Colli. Un gesto che pesa, nel bene e nel male, e che la piazza fuori non dimenticherà.
Giorgia Meloni arriva alle 14.51. Nessuna cerimonia, nessun protocollo che non fosse quello del dolore. Un arrivo sobrio, discreto, solo un piccolo cenno di saluto a chi l’applaude. Poi stringe Patrizia: un abbraccio lungo, quello di una donna che in quel momento non è la presidente del Consiglio, ma semplicemente una mamma che sta davanti a un dolore così grande da non poter essere contenuto in nessuna carica. Erano stati già in tanti, quella mattina, ad abbracciare i genitori di Domenico, stravolti, ma sempre dignitosi e mai sguaiati: il prefetto, il presidente della Regione, il sindaco di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia. Nola si fa Italia, per un giorno.
Fuori, nella piazza che trabocca di gente e dolore, c’è l’altra voce di questo funerale. “Giustizia! Giustizia! Ora passatevi una mano per la coscienza! Nulla resti impunito”. Quell’urlo merita risposta. E la risposta arriva dall’altare. Don Francesco Marino, vescovo di Nola, è un uomo che sa stare nel dolore senza fuggirne. Lo si capisce da come inizia: non con le parole di rito, non con la distanza confortante della teologia, ma con qualcosa di carnale e di vero. “Carissimi papà Antonio e mamma Patrizia, qui ci stringiamo a voi in un abbraccio profondo e sentiamo anche realmente nostro il vostro immane dolore. Il vostro bambino Domenico, in queste lunghe e atroci settimane, è diventato un po’ figlio di tutti noi”.
Il vescovo non si nasconde dietro le consolazioni facili. Guarda dritto in faccia la rabbia che viene dalla piazza e dice quello che, forse, non tutti vogliono sentire: “La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore”.
Quando il feretro bianco raggiunge il sagrato, l’aria si squarcia. Le lacrime trattenute per forza, per pudore, per quella strana dignità del dolore pubblico, vengono giù tutte insieme, mentre si alzano i palloncini bianchi. Poi la voce di Patrizia, che cerca le parole e le trova, una a una. “Ringrazio tutte le persone presenti. Oggi, se si è mossa tutta questa folla, è grazie a Domenico e al suo sorriso. In questo momento ci sta abbracciando tutti. Spero che questo non sia l’ultimo giorno che pensiamo a Domenico, ma che ognuno di noi lo conservi in un angolo del suo cuore. Ti amo amore mio”. Le ultime quattro parole sono le più semplici da pronunciare. Le uniche che ora contano davvero.
È davvero straziante vedere una comunità così unita in un momento di dolore insopportabile. La perdita di un piccolo come Domenico lascia un vuoto incolmabile. È un confronto con la fragilità della vita. La giustizia deve farsi sentire, ma nessuna pena potrà mai alleviare il dolore di una madre e di un padre. Un dolore che segnerà Nola per sempre.