Emergenza sanitaria a Gaza: i neonati in pericolo
GERUSALEMME – «L’Italia è uno dei Paesi che fornisce più aiuti umanitari alla popolazione palestinese di Gaza colpita dai bombardamenti israeliani. Peccato però che in molti casi questi aiuti vengano bloccati. Penso con disperazione in particolare a 33 ventilatori neonatali fermi da inizio febbraio nei depositi dell’aeroporto di Tel Aviv. Tanti bambini muoiono e potrebbero essere invece facilmente salvati; occorre che la comunità internazionale faccia subito pressioni sul governo israeliano», denuncia Loris De Filippi, operante dal 2015 con il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (Unicef) e reduce da un lungo periodo trascorso nelle strutture sanitarie al collasso di Gaza. Riporta Attuale.
Qual è la giustificazione israeliana per il blocco dei ventilatori?
«Questo è parte della loro politica di chiusura agli aiuti umanitari a Gaza, che è aumentata dalla metà di marzo».
Quali sono le prospettive per risolvere la situazione?
«Abbiamo chiesto aiuto anche alla Farnesina, considerando che i ventilatori sono stati prodotti e donati da un’azienda italiana, la Siare Engineering Group di Bologna. Nonostante l’Italia si distingua per la sua generosità, non sembra essere in grado di convincere gli israeliani a cambiare rotta. Questo non è un fenomeno naturale, ma un dramma causato dall’uomo che necessita di indagini e denunce, poiché potrebbe configurarsi come un vero e proprio crimine di guerra. A Gaza, i neonati prematuri muoiono soffocati non per caso, ma perché Israele ha deciso di ostacolare l’accesso ai macchinari salvavita. Sono state violate tutte le Convenzioni di Ginevra; il diritto internazionale umanitario non permette che la burocrazia venga manipolata per uccidere attraverso l’attesa».
E l’Italia, nonostante i suoi sforzi, riesce a fare qualcosa di concreto?
«Sì, è vero, ma purtroppo la situazione rimane tragica. Il governo italiano ha curato oltre 700 feriti palestinesi, principalmente bambini, offrendo assistenza medica. Tuttavia, ci troviamo di fronte a un’assurdità generata dall’embargo imposto da Israele. I medici palestinesi sono competenti, ma mancano degli strumenti necessari per salvare vite».
Gli israeliani giustificano gli attacchi agli ospedali accusando Hamas di sfruttarli come scudo umano: quale è la sua esperienza?
«Nessuna giustificazione può spiegare gli oltre 20.000 bambini morti e gli attacchi ai campi profughi. Non escludo la possibilità di tunnel e nascondigli di Hamas, ma non ho mai visto armati negli ospedali o dove ho lavorato. A volte ho notato armi nei punti di distribuzione del cibo a Keren Shalom, ma non nelle strutture sanitarie e mai ho assistito a spari da ospedali contro militari israeliani».
Come valuta l’attività della Gaza Humanitarian Foundation, che gestisce la distribuzione del cibo al posto dell’Onu?
«La fame viene usata come strumento di controllo, per forzare gli spostamenti delle persone. La loro organizzazione è estremamente disorganizzata e caotica; ci sono guardie armate che creano paura, anche se non credo sia un atto voluto dal governo israeliano. Le statistiche parlano di circa 600 decessi e migliaia di feriti in poche settimane. Non è vero che Hamas rubi sistematicamente gli aiuti; semmai ci sono gruppi disperati che attaccano spinti dalla necessità. Con l’Onu, tali situazioni non si verificavano mai».