Nuove tensioni tra Israele e Hamas: la reazione europea e il riconoscimento della Palestina
DAL NOSTRO INVIATO
GERUSALEMME – Non è stato raggiunto alcun accordo per un cessate-il-fuoco, così come non si è discusso nemmeno di uno scambio di prigionieri. Non si parla neppure dell’apertura di corridoi umanitari. Le trattative per una tregua a Gaza si interrompono ancora una volta, con Israele e Stati Uniti che ritirano i loro negoziatori da Doha e incolpano Hamas per il fallimento delle conversazioni, riporta Attuale.
Questa volta, però, sembra che la continuazione del massacro di civili non vada giù a una parte significativa dell’Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron, subito dopo aver appreso dell’inefficacia dei negoziati, ha annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista per settembre. In un approccio leggermente più cauto, il premier britannico Keir Starmer ha indetto una consultazione d’emergenza con i leader di Francia, Germania e Italia per discutere le misure necessarie per fermare i massacri e garantire l’assistenza alimentare alla popolazione. La nota di Downing Street evidenzia che la mancanza di un cessate il fuoco potrebbe condurre a una posizione favorevole al riconoscimento di uno Stato palestinese. Londra e Parigi, storicamente ex potenze dominanti del Medio Oriente, si trovano quindi in contrasto con Washington, il loro successore nella regione.
Le prossime settimane saranno decisive, vista la possibilità che Israele arrivi a un compromesso con le istanze europee prima dell’atteso riconoscimento della Palestina. La situazione politica sembra più vicina a una svolta che mai. Con un’alleanza di supporto da parte di Spagna e Irlanda, sarà interessante osservare quale posizione assumeranno Germania e Italia nei prossimi giorni. L’inviato speciale americano, Steve Witkoff, ha ribadito che la risposta di Hamas dimostra una chiara mancanza di volontà di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza, definendo la situazione come egoista e controproducente.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha aggiunto una nota provocatoria: «Se Hamas pensa di negoziare la liberazione dei nostri ostaggi come una debolezza, si sbaglia di grosso».
Attualmente, Hamas, divisa tra chi opera nella Striscia e chi negozia negli alberghi di Egitto o Qatar, non ha ancora individuato un colpevole per il fallimento delle trattative, ma è solo questione di tempo. I dettagli filtrano lentamente riguardo alle clausole che hanno portato al collasso dei colloqui.
Fonti israeliane rivelano che l’offerta di Tel Aviv comprendeva la liberazione di 125 ergastolani e 1.200 palestinesi in cambio di 10 ostaggi israeliani, ma la richiesta di Hamas era nettamente superiore: 200 ostaggi e 2.000 detenuti. Questa distanza significativa di 875 persone corrisponde al numero di vittime o feriti a Gaza in appena tre giorni. Alcuni vicino alla milizia Hamas affermano che la loro richiesta principale riguardava le garanzie relative alla fine delle ostilità. Il rifiuto di Netanyahu di riprendere le operazioni belliche ha innescato il collasso dei negoziati.
Ieri, per la seconda volta, l’opposizione israeliana a Netanyahu ha manifestato a Tel Aviv, esponendo foto di bambini palestinesi morti di fame e immagini degli ostaggi ancora nelle mani di Hamas. I manifestanti sostengono che il governo non mostra interesse né per la liberazione degli ostaggi né per la sicurezza dei palestinesi. Dall’altro lato, il governo sembra muoversi in direzione opposta: il ministro Amihai Ben-Eliyahu ha affermato: «Il governo mira a fare di Gaza una regione esclusivamente ebraica». Altri manifestanti gli hanno ricordato che tali affermazioni richiamano i discorsi dei nazisti.