Il ricordo di Niccolò Galli: 25 anni dopo la sua tragica scomparsa
Bologna, 10 febbraio 2026 – Venticinque anni dopo quel tragico incidente, il ricordo di Niccolò Galli rimane vivo. Giovanni, suo padre e campione del mondo con l’Italia di Enzo Bearzot, ha fondato una Fondazione per sostenere chi è meno fortunato. Tuttavia, il pensiero di Niccolò aleggia costantemente, riporta Attuale.
Giovanni rivive il ricordo di Niccolò ogni 9 febbraio.
“A Casteldebole sì, grazie al Bologna. Per me torna ogni giorno, ogni momento. Alla sera, nelle mie preghiere, prima di addormentarmi, il pensiero corre a lui. E…”.
In cosa riflette?
“Mi chiedo sempre come sarebbe ora, se potessi vederlo. Con quel volto da ragazzino, che mi salutò quando aveva 17 anni. Oppure quello di un uomo di 42. C’è un altro aspetto al quale faccio fatica a dare risposta”.
Quale aspetto?
“La forza di un giovane che ha lasciato ovunque ricordi piacevoli”.
Era un bravo ragazzo.
“Sì, ma non solo quello. Penso al presidente Giuseppe Gazzoni e allo slancio che ebbe e del quale sono grato. In fondo Niccolò era a Bologna da sei mesi. Aveva giocato mezza partita in serie A. Eppure ha lasciato il segno. Per me, da padre, un motivo di grande orgoglio”.
Niccolò ci ha lasciato quando aveva 17 anni.
“Io ne avevo 19 quando persi mio babbo, Mario. A 19 anni, avevo appena esordito in serie A, portai i fiori sulla sua tomba. A 42 mi sono ritrovato a fare lo stesso gesto, nei confronti di Niccolò”.
Una scomparsa…
“Sì, possiamo dirlo. Un qualcosa contro natura. Come figlio sei più o meno preparato al fatto che un giorno perderai mamma e papà. Ma un figlio no. Non sei preparato, non te lo aspetti. Non esiste. Avrei fatto cambio. Ho avuto gioie e soddisfazioni dallo sport”.
Niccolò vive attraverso la Fondazione che porta il suo nome.
“Sono stati gli amici, i primi, ad avere l’idea. Erano tutti minorenni. Mancavano i soldi. Con alcuni genitori ci siamo dati da fare. Nel periodo della sua scomparsa, un compagno ebbe un incidente. C’erano cure costose da affrontare. Abbiamo inserito questa voce nello statuto. Poi abbiamo pensato a borse di studio. Niccolò adorava studiare”.
Come se lo immagina ora?
“Magari dottore, oppure architetto. O chissà, capitano della Nazionale di calcio. C’è un aspetto comune in questo”.
Quale aspetto?
“La passione. Se la portava dentro, nel pallone come nello studio. Anzi, sa perché decise di lasciare Londra e l’Arsenal dove pure stava benissimo?”.
No.
“Voleva studiare. Nel sistema inglese, finisci a 16 anni. Si allenava al mattino e al pomeriggio frequentava una scuola privata per non perdere contatto con lo studio. Ma lui mi diceva: ‘Babbo, io voglio andare a scuola al mattino per non pensare al calcio. Al pomeriggio gioco e così non penso allo studio’. Arrivò per questo a Bologna”.
E l’incidente?
“Aveva giocato con una nazionale giovanile. Doveva sostenere qualche test. Prese 8 in filosofia. E scrisse felice a mia moglie Anna: ‘Sono proprio bravo’. Ne aveva un altro test. Prese il motorino proprio per quello”.
Quel tubo, quel giorno, non ci doveva essere.
“Già, se ci ripenso, mi monta la rabbia. Perché era pericoloso, c’erano state delle segnalazioni. Non lo dico per Niccolò, ma da cittadino. Non doveva succedere. Poi, fu il caso. Bastava un centimetro più in là e non gli sarebbe accaduto nulla. Nemmeno un taglio”.
Che spiegazioni si è dato?
“Se non ci fosse stato quel palo, gli sarebbe caduto qualcosa in testa, mentre era in casa. Noi scriviamo un libro. Ma non sappiamo quante pagine abbiamo a disposizione. Mia mamma Andreina se n’è andata a 96. Ha scritto un poema. Iliade e Odissea insieme”.
Lei prega, è credente. Come pensa di rivedere Niccolò?
“È il grande enigma. Magari con il volto di ragazzo di 17 anni. Magari sarò io invecchiato. Non sappiamo quale forma prenderà la nostra anima. Però…”.
Dica.
“Una certezza ce l’ho. Lo riabbraccerò io, lo riabbraccerà mia moglie. Lo abbracceranno le sorelle Camilla e Carolina, in modo sereno. Ci ritroveremo”.