Roma, 16 marzo 2026 – Domenica 22 marzo, dalle 7 alle 23, e lunedì 23 marzo 2026, dalle 7 alle 15, gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla legge costituzionale che introduce nuove norme in materia di ordinamento giurisdizionale e l’istituzione della Corte disciplinare. Il dibattito politico si presenta acceso: da una parte, coloro che vedono nella riforma un passo verso una magistratura più equilibrata e trasparente; dall’altra, chi teme un indebolimento dell’autonomia dei giudici e un rafforzamento del potere politico. La decisione finale sarà presa dalla maggioranza dei voti validi. Nel frattempo, la campagna referendaria entra nel vivo, con un’azione attiva dei comitati per il “Sì” e per il “No”, riporta Attuale.
Il centrodestra unito per il “Sì”
Nel campo del governo, il sostegno alla riforma è compatto: il centrodestra invita gli elettori a esprimere un voto favorevole. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, ha chiarito che l’esito del referendum non influenzerà la stabilità dell’esecutivo, dichiarando che anche una vittoria del “No” non porterà alle dimissioni del governo. Tra i promotori, Antonio Tajani, leader di Forza Italia, descrive il provvedimento come parte di una “rivoluzione liberale” proposta da Silvio Berlusconi, sostenendo che la riforma mira a garantire una giustizia più equilibrata, in cui accusa e difesa operano su un piano di equità.
Il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha avviato la campagna ufficiale del partito a sostegno del “Sì”, sottolineando che la riforma prevede una netta separazione tra giudici e pubblici ministeri, migliorando la trasparenza della magistratura. Anche Maurizio Lupi di Noi Moderati sostiene che la riforma renderà la giustizia più efficiente e meno influenzata dalle correnti interne alla magistratura. Anche Roberto Vannacci, leader del movimento Futuro Nazionale, evidenzia che la nuova struttura non porterà i giudici sotto il controllo politico, suggerendo che la selezione dei magistrati dovrebbe essere collegata alle istituzioni elettive piuttosto che a dinamiche interne.
Il centrosinistra guida il fronte del “No”
Dall’altra parte, il centrosinistra si oppone con vigore. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, è una delle principali sostenitrici del “No”, affermando che la riforma non migliorerà l’efficienza dei tribunali e rappresenta un tentativo da parte del governo di limitare i controlli sull’operato politico. Contrario anche il Movimento 5 Stelle, guidato da Giuseppe Conte, il quale ha definito il progetto di riforma “pericoloso” e ha accusato il governo di cercare di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Altre voci contrarie provengono da Alleanza Verdi e Sinistra, capeggiata da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, che avvertono come la riforma possa indebolire l’indipendenza della magistratura e concentrare maggiore potere nell’esecutivo.
Le posizioni intermedie e trasversali
Tra le due posizioni principali emergono anche opinioni più sfumate. Carlo Calenda, leader di Azione, ha espresso il suo sostegno al “Sì”, facendo notare che la separazione delle carriere era già parte del programma del partito. Altrettanto, Riccardo Magi, segretario di Più Europa, ha dichiarato il suo appoggio al referendum, pur ammettendo alcune incertezze tecniche nella riforma. In posizione differente, Matteo Renzi, leader di Italia Viva, ha descritto la proposta come una “riformicchia” ma ha deciso di concedere libertà di voto ai propri elettori, annunciando che la sua scelta sarà resa pubblica solo alla vigilia della consultazione.