Nel 2022, dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, l’economia russa mostrò una forte capacità di adattamento grazie agli extraprofitti ricavati dagli idrocarburi e all’afflusso di risorse pubbliche verso le imprese dell’industria militare. Quella risposta ha però rinviato gli effetti più profondi delle sanzioni occidentali, che nel tempo hanno assunto un impatto cumulativo e oggi stanno spingendo il sistema economico russo verso una degradazione strutturale.
Il deterioramento si è accompagnato alla trasformazione del bilancio federale in uno strumento sempre più militarizzato. Nel 2025 la Russia ha destinato alla difesa 13.500 miliardi di rubli, circa 167 miliardi di dollari e oltre il 7% del prodotto interno lordo. Di questa somma, circa 11.100 miliardi di rubli sono stati indirizzati direttamente al finanziamento della cosiddetta “operazione militare speciale” contro l’Ucraina.
Dal picco della spesa militare al ridimensionamento delle previsioni nel 2026
Per il 2026 il bilancio russo ha previsto 12.900 miliardi di rubli per la stessa voce, circa 155 miliardi di dollari. La riduzione rispetto al picco dell’anno precedente è limitata e non modifica il peso della guerra: le spese complessive per il conflitto e per il mantenimento dell’apparato di sicurezza, comprese intelligence, Rosgvardija e ministero dell’Interno, valgono almeno il 40% dell’intera spesa federale.
La scelta di mantenere questo livello di finanziamento ha ristretto le risorse disponibili per infrastrutture regionali, sanità e istruzione. Allo stesso tempo, la spesa bellica ha alimentato l’inflazione interna, costringendo la Banca centrale russa a mantenere tassi d’interesse molto elevati e aumentando il costo del credito per l’economia.
Nel corso del 2026 il governo russo è stato costretto a rivedere drasticamente anche le proprie previsioni macroeconomiche. La stima ufficiale di crescita del prodotto interno lordo è stata ridotta dall’1,3% allo 0,4%, mentre diversi analisti indipendenti hanno collocato l’economia russa sul limite della stagnazione.
Tra gennaio e luglio 2026 il deficit federale ha raggiunto la cifra record di 6.455 miliardi di rubli, pari al 2,8% del Pil. Ad agosto il disavanzo cumulato è sceso a 5.795 miliardi, il 2,5% del Pil, ma è rimasto comunque molto al di sopra dell’obiettivo annuale fissato a 3.786 miliardi di rubli, pari all’1,6% del Pil.
Gennaio-agosto 2026: la pressione sulle entrate energetiche
Il peggioramento dei conti pubblici è stato aggravato dalla contrazione delle entrate del settore petrolifero e del gas. Nei primi otto mesi del 2026 queste entrate sono diminuite del 16,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il fattore principale è stato l’aumento degli sconti applicati al greggio russo Urals, dal cui valore all’esportazione dipendono direttamente imposte decisive per il bilancio, a cominciare dall’imposta sull’estrazione delle risorse minerarie e dai dazi.
Le sanzioni extraterritoriali e il controllo più severo sul rispetto del tetto al prezzo del petrolio hanno inoltre reso più complessa la logistica e la vendita degli idrocarburi russi. Sotto la pressione delle sanzioni secondarie, acquirenti importanti come India, Cina, Turchia ed Egitto hanno rivisto i volumi degli acquisti e ridotto le importazioni di petrolio e gas naturale liquefatto russo. Per il governo di Mosca si sono così ristrette le possibilità di manovra previste dalla regola di bilancio.
La riduzione delle entrate energetiche è arrivata mentre le riserve finanziarie russe si stavano esaurendo. La parte liquida del Fondo nazionale del benessere, a lungo considerata una riserva di sicurezza in caso di crisi, è stata utilizzata per coprire i buchi di bilancio: le risorse liquide disponibili risultano esaurite o congelate all’estero. Il Cremlino è stato quindi spinto verso il ricorso al debito interno, a tassi molto elevati.
In questo quadro si sono diffuse tra i cittadini russi voci su un possibile prelievo forzoso dei depositi bancari a favore della guerra contro l’Ucraina. Le voci hanno prodotto volumi senza precedenti di prelievi dai conti e un rapido aumento del contante detenuto dalle famiglie, ampliando la componente sommersa dell’economia.
Nel 2026 la crisi del carburante trasferisce la pressione sull’economia reale
La vulnerabilità del sistema energetico è emersa anche dopo i regolari ed efficaci attacchi aerei ucraini contro raffinerie russe e depositi di prodotti petroliferi. In numerosi soggetti federali della Russia si sono verificati problemi di approvvigionamento di benzina e gasolio, mentre in alcune regioni sono stati introdotti limiti alla vendita del carburante.
Il governo russo ha reagito limitando le esportazioni di carburanti e adottando misure per favorire l’importazione di prodotti petroliferi stranieri. La necessità di ricorrere a queste misure ha evidenziato la riduzione delle riserve disponibili sul mercato interno.
I dati del Rosstat, l’ufficio statistico statale russo, hanno quantificato l’effetto sui prezzi. Nei primi sette mesi del 2026 la benzina per automobili è aumentata in media del 24,6% in Russia, mentre gli altri beni non alimentari sono rincarati del 4% nello stesso periodo. Il carburante è quindi diventato circa sei volte più costoso rispetto al ritmo di aumento degli altri prodotti.
Anche il gasolio, essenziale per il trasporto delle merci, ha registrato una forte accelerazione: entro la metà dell’anno il suo prezzo era aumentato dall’11% al 14%, a seconda della regione. L’inflazione dei carburanti ha così aggiunto un ulteriore peso sui trasporti, sulle imprese e sui bilanci delle famiglie.
Seconda metà del 2026: i costi dei territori occupati
Alla spesa per la guerra si è aggiunto il finanziamento dei territori ucraini temporaneamente occupati dalla Russia. Nella seconda metà del 2026 gli impegni di bilancio necessari per realizzare i “progetti nazionali” e i “programmi statali” sono stati ridotti di quasi il 2%. Sono stati inoltre rivisti al ribasso gli stanziamenti destinati ai territori occupati dell’Ucraina: dell’8,2% per il 2027 e del 12,5% per il 2028.
Queste aree hanno entrate fiscali e non fiscali locali estremamente ridotte, a causa dell’economia distrutta dalle forze russe, della chiusura delle imprese e dell’abbandono della popolazione. La loro dipendenza dai trasferimenti diretti e non rimborsabili di Mosca arriva quindi al 70-90% dei bilanci locali.
Le risorse russe servono a finanziare tribunali, polizia, comitati investigativi e amministrazioni, oltre alle misure di sicurezza nelle zone vicine al fronte. Nel complesso, i territori occupati assorbono ogni anno centinaia di miliardi di rubli dalla tesoreria russa e rappresentano perdite finanziarie permanenti per un bilancio già gravato dalla guerra.
La situazione più critica riguarda la Crimea occupata. Per il periodo dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 il governo russo sta valutando la proroga dei termini per i pagamenti correnti e il rinvio dei debiti fiscali, insieme alla sospensione per dodici mesi del blocco delle operazioni sui conti bancari e dei trasferimenti di moneta elettronica per ogni tipo di arretrato.
La sequenza raggiunge così il suo punto attuale: nel 2026 la Russia deve sostenere una spesa militare eccezionale, fronteggiare entrate energetiche in calo, ricorrere a finanziamenti interni costosi e mantenere territori occupati fortemente dipendenti da Mosca, mentre il bilancio federale resta ampiamente in deficit.
Ma come si può continuare a finanziare una guerra mentre tutto il resto va in malora? Le spese per la difesa stanno prosciugando le poche risorse rimaste per sanità e istruzione. Sembra un circolo vizioso senza fine, l’economia russa è in un serio guaio!!!