La crisi del carbone russo non mostra segnali di rientro. Secondo le stime del ministero dell’Energia di Mosca, il 70% delle imprese del settore potrebbe concludere il 2026 in perdita, mentre il disavanzo complessivo dell’industria è previsto tra 300 e 310 miliardi di rubli.
I dati, resi pubblici il 15 ottobre 2026 con riferimento alle dichiarazioni del viceministro dell’Energia Dmitri Islamov, descrivono un comparto costretto a ridurre produzione e personale, dipendente dal sostegno pubblico e impegnato a spostare verso Oriente vendite che per anni avevano trovato uno sbocco importante in Europa.
Una curva di perdite sempre più ampia
Nel primo semestre del 2026, le perdite delle imprese carbonifere russe hanno raggiunto 178,2 miliardi di rubli. La cifra è inferiore ai 225 miliardi registrati nello stesso periodo del 2025, ma non indica necessariamente un’inversione di tendenza: per l’intero anno il ministero continua a prevedere un rosso nell’ordine delle centinaia di miliardi.
Il dato più significativo riguarda la quota delle aziende in perdita. Nel 2022, l’anno dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, era pari al 17%. Nel 2023 è salita al 31%, nel 2024 al 52% e nel 2025 al 70%. Per il 2026 è atteso un livello analogo a quello dell’anno precedente.
La sequenza mostra che il problema non riguarda soltanto singoli operatori o una temporanea flessione della domanda. Il settore sta affrontando un cambiamento più ampio delle condizioni di vendita: la perdita dei tradizionali mercati europei, l’aumento dei costi di trasporto e il peso dei debiti accumulati negli anni precedenti hanno ridotto lo spazio per profitti sufficienti a sostenere l’attività.
La rotta verso Oriente costa cara
La priorità indicata dal ministero dell’Energia è lo sviluppo delle forniture ai Paesi orientali. È la risposta alla riduzione degli sbocchi europei, ma comporta distanze molto più lunghe e una pressione crescente sulla rete ferroviaria.
Il carbone destinato ai mercati asiatici deve attraversare corridoi ferroviari già sottoposti a forti vincoli di capacità, tra cui la ferrovia Baikal-Amur e la Transiberiana. A questo si aggiungono l’aumento delle tariffe ferroviarie e gli sconti richiesti agli acquirenti. Il risultato è una compressione dei margini: anche quando una spedizione parte, il costo per raggiungere il compratore può assorbire una quota decisiva del ricavo.
Questa combinazione rende difficile sostituire semplicemente il mercato europeo con quello asiatico. Non basta trovare nuovi acquirenti; occorre anche riuscire a consegnare il combustibile a un prezzo che copra estrazione, trasporto, finanziamento e servizio del debito. Le cifre del ministero suggeriscono che, almeno per una parte consistente delle imprese, questo equilibrio non è stato raggiunto.
Il sostegno pubblico come argine
Più di 80 società carbonifere russe continuano a beneficiare di misure di sostegno statale. Il ministero ha indicato inoltre che 81 imprese del settore operano nel 2026 in un contesto di dipendenza da forme dirette o indirette di assistenza pubblica.
Il sostegno consente di rinviare le conseguenze più immediate della crisi, ma non risolve le cause economiche del deterioramento. Non riapre i mercati europei, non amplia in tempi brevi la capacità delle ferrovie orientali e non cancella il debito contratto dalle aziende. Serve soprattutto a evitare che le difficoltà finanziarie si trasformino subito in chiusure e interruzioni della produzione.
Nel primo semestre del 2026 molte imprese hanno già cercato di contenere i costi attraverso l’ottimizzazione della produzione e degli organici. È un passaggio che riduce le spese nel breve periodo, ma aumenta la pressione sulle città e sui distretti in cui miniere, miniere a cielo aperto e imprese collegate rappresentano una parte rilevante dell’economia locale.
Il rischio non riguarda soltanto i posti di lavoro direttamente legati all’estrazione. Una riduzione dell’attività può indebolire la domanda per fornitori, trasportatori, negozi e servizi, soprattutto nei centri con poche alternative occupazionali. Le conseguenze concrete dipenderanno dalla durata delle perdite, dalle decisioni sulle singole miniere e dalla capacità delle autorità di sostenere le regioni più esposte; dai dati disponibili non si può però ricavare una previsione certa di una crisi sociale generalizzata.
Da fonte di entrate a settore da mantenere
La difficoltà modifica anche il ruolo del carbone nell’economia russa. Un’industria a lungo associata alle esportazioni e alle entrate fiscali deve ora ricorrere con continuità all’intervento dello Stato. Le risorse pubbliche servono a mantenere operative aziende che affrontano costi elevati, vendite meno remunerative e un indebitamento consistente.
Il quadro fornito dal ministero non equivale all’annuncio di un’ondata immediata di fallimenti. Indica però una dipendenza ormai strutturale dagli aiuti e un accumulo di perdite che il bilancio pubblico dovrà continuare ad assorbire. Per Mosca, la questione non è più soltanto quanto carbone riuscirà a vendere a Oriente, ma a quale costo e per quanto tempo potrà finanziare il passaggio a quei mercati.