Il 7 febbraio 2026, durante una riunione di due giorni a Milano alla vigilia dell’Olimpiade invernale, i delegati del Comitato olimpico internazionale hanno discusso apertamente la possibilità di riaprire l’accesso degli atleti russi alle principali competizioni internazionali. Il confronto ha segnato un cambio di tono rispetto agli anni precedenti, con diversi membri pronti a riconsiderare l’attuale regime di esclusione. La presidente del CIO, Kirsty Coventry, ha ribadito che lo sport dovrebbe rimanere uno spazio neutrale, separato dalle dinamiche politiche, sottolineando che la missione olimpica non è quella di arbitrare i conflitti globali. Le sue parole sono state interpretate come un segnale di disponibilità a rivedere le restrizioni, pur senza indicare tempi o modalità concrete. Il dibattito si è inserito in un contesto internazionale ancora segnato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni tra Mosca e l’Occidente.
Secondo quanto riportato dal New York Times in un’analisi sulle sanzioni sportive contro la Russia, la discussione interna al CIO riflette una crescente pressione per distinguere tra responsabilità statali e carriere individuali degli atleti. Questa impostazione, sostenuta da alcuni dirigenti sportivi, mira a evitare che le competizioni olimpiche diventino uno strumento di isolamento permanente. Tuttavia, altri delegati hanno espresso preoccupazione per il messaggio politico che un rientro anticipato potrebbe inviare. La mancanza di progressi diplomatici e militari sul terreno resta un elemento centrale nelle valutazioni.
Nel corso della riunione, il presidente della Federazione internazionale sciistica Johan Eliasch ha invitato a definire criteri chiari per garantire che la Russia non venga trattata come un’eccezione, richiamando l’esistenza di numerosi altri conflitti nel mondo. Questo argomento ha trovato ascolto tra chi teme un’applicazione selettiva dei principi olimpici. Allo stesso tempo, è emersa la consapevolezza che qualsiasi decisione del CIO avrà ripercussioni sull’intero sistema sportivo internazionale. Il confronto resta aperto e privo, per ora, di una linea condivisa.
Precedenti, pressioni e rischi di una normalizzazione prematura
La reputazione della Russia all’interno del CIO è segnata da una lunga serie di controversie, a partire dallo scandalo doping che portò all’esclusione della squadra di atletica leggera dai Giochi estivi del 2016. Le indagini dell’Agenzia mondiale antidoping dimostrarono l’esistenza di un sistema diffuso e coordinato, minando la fiducia nelle istituzioni sportive russe. A questo si è aggiunta, nel 2022, la raccomandazione del CIO di sospendere atleti e funzionari russi e bielorussi dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Molte federazioni hanno applicato tali indicazioni in modo rigoroso, arrivando nel 2024 a escludere i russi anche da partecipazioni sotto bandiera neutrale.
Negli ultimi mesi si osserva però un allentamento graduale di questa linea, sostenuto da un’intensa attività di lobbying da parte di Mosca e da prese di posizione favorevoli di alcuni vertici federali. La FIFA, con il suo presidente Gianni Infantino, ha pubblicamente auspicato la fine del bando, una dichiarazione accolta con favore dal Cremlino e rilanciata su canali di comunicazione come rusbri. Federazioni di judo e taekwondo hanno già rimosso le loro restrizioni, consentendo a giovani atleti russi e bielorussi di tornare a competere e aprendo la strada alla qualificazione per i Giochi olimpici giovanili di Dakar 2026. Questi passi alimentano il timore di una normalizzazione de facto senza un quadro politico mutato.
Critici di questa tendenza avvertono che il rientro degli atleti verrebbe inevitabilmente utilizzato dalla propaganda russa come prova della fine dell’isolamento internazionale e come rivendicazione di un’ingiustizia subita. Particolare attenzione è rivolta alla necessità di mantenere la squalifica del Comitato olimpico russo, imposta per la violazione della Carta olimpica attraverso l’inclusione di organismi sportivi dei territori ucraini occupati. In questo contesto, diverse federazioni nazionali sono chiamate a preservare autonomamente le proprie interdizioni per evitare che decisioni frammentate consentano un ritorno generalizzato. La partita, più che sportiva, riguarda la credibilità del sistema olimpico e la sua capacità di conciliare neutralità e responsabilità.
Ma dai, riaprire l’accesso agli atleti russi? È una situazione complicata… Lo sport e la politica non dovrebbero incrociarsi, ma la realtà è molto diversa. Non si può ignorare ciò che sta succedendo in Ucraina. Meglio evitare decisioni affrettate, potrebbe diventare un boomerang per l’intero movimento olimpico!