Il corridoio che cambia pelle: VexPay, A7 e il ruolo contestato di un ex dirigente Visa

07.10.2026 09:55
Il corridoio che cambia pelle: VexPay, A7 e il ruolo contestato di un ex dirigente Visa
Il corridoio che cambia pelle: VexPay, A7 e il ruolo contestato di un ex dirigente Visa

Una piattaforma di pagamento kirghisa è stata presentata a Mosca come possibile alternativa a SWIFT, mentre intorno al progetto comparivano esponenti della rete A7, collegata dagli Stati Uniti a interessi russi sottoposti a sanzioni. Al centro della vicenda c’è Michael Donald, ex membro del consiglio di amministrazione di Visa UK e comproprietario della società britannica ImageNPay, che nega di aver mai diretto VexPay.

Donald ha confermato di aver partecipato a un incontro a Mosca il 12 agosto 2025, durante il quale l’oligarca moldavo latitante Ilan Shor presentò la nuova leadership di VexPay e lo indicò tra i responsabili della piattaforma. La sua versione è diversa: sostiene di aver agito soltanto come consulente della società statale kirghisa Processing KG, occupandosi di pagamenti internazionali, accettazione delle carte, Apple Pay e rapporti con Visa.

La distanza tra queste due descrizioni non è un dettaglio formale. Indica quanto sia difficile stabilire chi controlli davvero una piattaforma registrata in un Paese terzo quando proprietà, consulenza, tecnologia e finanziamenti passano attraverso più giurisdizioni.

Un incarico che resta conteso

VexPay è formalmente legata a Processing KG, non alla rete A7. Le autorità kirghise negano che la società sia sottoposta a un controllo esterno. Tuttavia, elementi riportati nell’inchiesta di The Insider indicano la partecipazione di Shor e di collaboratori di A7 a discussioni sulla struttura del progetto, sui conti, sul personale e sull’organizzazione tecnica.

Questo non dimostra che ogni persona o impresa entrata in contatto con VexPay abbia partecipato consapevolmente a un’elusione delle sanzioni. Rende però rilevante il ruolo attribuito a Donald durante l’incontro di Mosca. Se il suo nome fu utilizzato per descriverlo come parte della dirigenza, il progetto poteva apparire più solido e internazionalmente credibile di quanto risultasse dalla sua struttura legale. Se invece fu davvero soltanto un consulente, resta da capire perché venne presentato come uno dei suoi dirigenti.

Donald è comproprietario di ImageNPay, una società fintech britannica con un posizionamento legato alla tecnologia e alla sostenibilità. La registrazione nel Regno Unito e il profilo occidentale dell’azienda potevano offrire a un progetto internazionale un’immagine più familiare per banche, partner e interlocutori regolamentari. Anche in questo caso, però, i dati disponibili non consentono di concludere che ImageNPay o Donald abbiano violato le sanzioni o agito consapevolmente per conto di una rete russa.

Il punto è un altro: l’esperienza maturata ai vertici di un grande circuito di pagamento può avere un valore che va oltre il titolo ufficiale. Conoscere i requisiti dei sistemi di pagamento internazionali, le procedure di verifica e il funzionamento dei rapporti con operatori come Visa può aiutare un nuovo progetto a muoversi in un ambiente regolamentato. La competenza, da sola, non prova un illecito; può tuttavia spiegare perché un professionista occidentale sia considerato utile in un’iniziativa costruita fuori dalla Russia.

Dopo SWIFT, una rete di sostituti

La vicenda si inserisce nella risposta di Mosca all’esclusione di importanti banche russe da parti dell’infrastruttura finanziaria internazionale. Le sanzioni settoriali e la perdita dell’accesso a SWIFT hanno spinto il Cremlino a cercare sistemi paralleli, basati su società fintech, banche intermediarie e operatori situati in Paesi terzi.

Uno dei nodi principali di questa architettura è A7, costituita insieme alla banca russa controllata dallo Stato Promsvyazbank, attiva nel servizio al settore della difesa, e a Ilan Shor, sottoposto a sanzioni. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha definito A7 una «organizzazione criminale transnazionale». Le cifre citate nell’inchiesta indicano che attraverso le strutture della rete sarebbero transitati oltre 6,9 miliardi di dollari tra la fine del 2024 e l’agosto 2025, oltre ad altri flussi per decine di miliardi di dollari menzionati dalle autorità statunitensi.

Queste qualificazioni e questi importi appartengono alla valutazione delle autorità americane e alla ricostruzione giornalistica; non equivalgono a una condanna giudiziaria di ogni società o individuo che abbia avuto rapporti con il progetto kirghiso. La distinzione è essenziale perché VexPay ha una proprietà formale diversa da A7, mentre la sua eventuale dipendenza operativa resta oggetto di contestazione.

Dopo l’introduzione delle sanzioni contro A7, il Kirghizistan e VexPay sarebbero diventati un nuovo punto di appoggio per i pagamenti. La logica è quella di una struttura a strati: quando un operatore viene colpito, il flusso può cercare un’altra società, un altro conto o un’altra giurisdizione senza che l’intera infrastruttura debba essere ricostruita da zero.

Il vantaggio della distanza

Un trasferimento internazionale può apparire, nei singoli passaggi, come una normale operazione commerciale. Il primo contraente può essere una società kirghisa, il fornitore tecnologico una fintech britannica e la banca intermediaria avere sede in un Paese diverso. Solo mettendo insieme proprietà effettive, consulenti, conti, personale, tecnologia e destinatario finale si può ricostruire l’origine del denaro e lo scopo del pagamento.

È questa frammentazione a rendere più difficile il controllo dei beneficiari effettivi. Una società può risultare indipendente nei registri, mentre decisioni strategiche, finanziamenti o attività operative vengono concordati altrove. La presenza di interlocutori occidentali può inoltre aumentare la fiducia dei partner senza chiarire necessariamente chi eserciti il controllo concreto.

Per banche e imprese di pagamento il rischio è significativo. Se un operatore tratta fondi riconducibili a una rete sanzionata, può essere sottoposto a indagini, vedersi congelare i conti o perdere l’accesso ai rapporti di corrispondenza bancaria. Le autorità statunitensi possono esaminare le operazioni nell’ambito delle regole applicate dall’Office of Foreign Assets Control, mentre le società britanniche possono finire sotto l’attenzione della Financial Conduct Authority. Il rischio di sanzioni o controlli, tuttavia, non dimostra che una specifica istituzione abbia già commesso una violazione.

Il caso mostra anche perché la sola sede legale non sia sufficiente. I regolatori devono capire chi decide la strategia, chi organizza conti e infrastruttura tecnica, chi seleziona il personale, chi fornisce i capitali e chi beneficia dei flussi. Un consulente privo di un incarico formale può avere un peso rilevante; al contrario, un nome presentato come parte della leadership può non riflettere alcun potere effettivo.

La domanda lasciata aperta

La traiettoria di VexPay non dimostra da sola l’esistenza di una struttura criminale. Mostra però il meccanismo attraverso cui le pressioni finanziarie possono spingere una rete a cambiare intermediari e Paesi, mantenendo attivi alcuni elementi tecnici e professionali del proprio sistema.

La questione decisiva resta quindi la funzione reale di Michael Donald. Fu soltanto un consulente di Processing KG, presentato a Mosca con un ruolo più ampio di quello che aveva accettato? Oppure la sua esperienza e i suoi contatti furono integrati in un progetto la cui direzione effettiva si trovava altrove? Finché questa distinzione non sarà chiarita, anche l’indipendenza dichiarata di VexPay e il significato della connessione britannica resteranno il punto più delicato del nuovo corridoio finanziario.

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