Il tribunale di Palermo ordina il risarcimento a Sea Watch per il fermo illegittimo della nave
Il tribunale di Palermo ha imposto allo Stato italiano di risarcire la Ong Sea Watch per il sequestro giudicato illegittimo della nave Sea Watch 3, avvenuto nell’estate del 2019. La sentenza prevede che l’Italia paghi circa 76mila euro all’organizzazione tedesca per le spese patrimoniali documentate, inclusi costi portuali, carburante e spese legali sostenute tra ottobre e dicembre di quell’anno. La decisione giunge anni dopo l’archiviazione delle accuse penali contro l’ex comandante Carola Rackete, riporta Attuale.
I motivi del risarcimento
La Sea Watch 3 è stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre del 2019. L’Ong aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento il 21 settembre. Tuttavia, poiché non ci sono state riposte nei tempi stabiliti, la legge avrebbe dovuto attivare il silenzio-accoglimento, determinando la cessazione automatica del blocco. Nonostante ciò, la nave rimase in porto fino al 19 dicembre, quando un ricorso urgente presso il tribunale di Palermo ne ordinò la restituzione. I giudici hanno quindi riconosciuto un risarcimento di 76mila euro alla Ong per le spese sostenute durante il fermo illegittimo.
Il braccio di ferro del 2019
Il caso della Sea Watch 3 risale al giugno 2019, quando la nave soccorse 53 migranti in acque libiche. Dopo il rifiuto di sbarcare a Tripoli, considerato porto non sicuro, e la chiusura imposta dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini tramite il Decreto Sicurezza Bis, la nave rimase ferma al largo di Lampedusa per 17 giorni. Il 29 giugno, il capitano Carola Rackete decise di forzare il blocco navale e attraccare in porto senza autorizzazione. L’attracco portò all’arresto immediato della comandante.
Il risarcimento della Ong
Il risarcimento odierno non riguarda la condotta penale della comandante, già chiarita dalla magistratura nel 2021 con un’archiviazione. Il tribunale di Palermo ha esaminato la gestione patrimoniale della nave nel periodo successivo, tra ottobre e dicembre. I giudici hanno confermato che lo Stato ha causato un danno economico alla Ong, impedendo la sua operatività in un momento in cui non sussistevano più motivazioni legali per il blocco. I 76mila euro coprono le spese necessarie a mantenere l’imbarcazione attiva durante i mesi di inattività forzata.
La portavoce di Sea Watch: «È giustizia»
«Il risarcimento dimostra ancora una volta che la disobbedienza civile è tutt’altro che arroganza, ma protezione del diritto internazionale dagli attacchi di chi abusa della propria posizione di potere per calpestarlo», ha dichiarato la portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi. «Mentre sui litorali italiani riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo individua ancora una volta nelle Ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall’altra parte. C’è chi la chiama arroganza e chi giustizia», ha concluso.