Il ciclo della vita e la memoria attraverso la letteratura
Il vento ci oppone una resistenza costante, increspando il Po con onde e disturbando l’Argine maestro a una velocità di dieci chilometri orari, la stessa che possiamo mantenere in condizioni normali. Il risultato è che pedalare diventa un’esperienza faticosa, richiedendo uno sforzo costante. Maledico il tabacco che ho fumato e la mancanza di vegetazione che possa ripararci, mentre i bagagli sul portapacchi rallentano ulteriormente il nostro percorso. L’unica soluzione è avanzare in fila indiana, con frequenti cambi di chi guida il gruppo. “Potrebbe andare peggio,” azzarda Cormac con il suo accento bresciano, indicando le nuvole nere che si addensano ai lati del cielo, schivando di poco la citazione di Frankenstein Junior. “La perturbazione sembra divisa in due fronti,” osserva Quentin, fissando il suo smartphone attaccato al manubrio; “a Milano sta diluviando, così come a Parma, ma qui, lungo il fiume, per ora siamo salvi.”, riporta Attuale.
La necessità di attraversare i fronti temporaleschi ci spinge ad accelerare. Superiamo rapidamente Polesine Parmense e Pieve Ottoville, ma la fatica ci porta a cercare un ristoro. Ci fermiamo a Roccabianca, il paese di Giovannino Guareschi, dove inizialmente avrebbe voluto ambientare i film di Don Camillo e Peppone. Fu il regista Julien Duvivier a optare per Brescello, cercando un paese ‘più tipico’. Ci concediamo piadine e cedrate al bar davanti al castello, e non appena iniziamo a mangiare, una pioggerella fastidiosa inizia a cadere.
Nell’inverno del 1986-1987, Pier Vittorio Tondelli lascia definitivamente la sua casa bolognese di via Fondazza per trasferirsi a Milano, “la città della fantasia, della libertà e del desiderio”. L’appartamento, che condivide con un amico giornalista di moda, si trova in via Abbadesse, vicino ad una strada alberata, a soli venti minuti a piedi dalla Stazione Centrale. Nei dintorni, per lungo tempo considerati una sorta di casbah urbana, resistono angoli di verde, botteghe artigiane e locali inaspettati, come la Nuova idea di via De Castilia, una discoteca che sembra uscita da un film di Almodovar, dove dame mature ballano con giovani ribelli. Proseguendo verso i bastioni, si possono vedere la ruota panoramica e le giostre delle Varesine, un angolo di Riviera Adriatica nel cuore di Milano, una città che Tondelli apprezza per la sua varietà e per l’anonimato che offre.
Per invocare la protezione delle forze superiori sulla sua nuova abitazione, Tondelli acquisisce un oggetto familiare ai suoi lettori: una tanka, un simbolo sacro del Buddhismo tibetano, simile a quella menzionata nel suo romanzo Rimini. Nonostante il successo del suo terzo romanzo, Tondelli continua a vivere come uno sperimentatore e un nomade. È parte di quella generazione di italiani che iniziano a padroneggiare le lingue straniere e che può viaggiare in aereo, sfruttando queste opportunità per scrivere reportage dalle grandi capitali europee, mescolando costantemente momenti di otium e negotium. A guidarlo è una massima di Patricia Highsmith: “Gli scrittori sono sempre al lavoro. Non smettono mai. È questa la natura della scrittura, perlomeno della narrativa: scrittori che sviluppano un’idea o cercano, anche inconsciamente, il germe di un’idea.”
È in questo contesto che Tondelli inizia a visitare sempre più spesso i camposanti per rendere omaggio a quegli autori che considera fondamentali. Negli anni a venire lascerà fiori sulla tomba di Ingeborg Bachmann e visiterà l’Auden Haus a Kirchstetten; si recherà anche a Ma trouvaille, la lussuosa villa di Prokosch in Costa Azzurra, benché l’autore che intendeva intervistare sia nel frattempo scomparso. Anche questo genere di viaggi è, per lui, una ‘vacanza intelligente’.
Un semaforo rosso ci costringe a fermarci sotto la pioggia alle porte di Colorno. Per fortuna il vento è calato e la giacca riesce a mantenere la temperatura corporea. “Come ti è venuta in mente l’idea di questo viaggio per portare un fiore a Tondelli?” mi domanda Cormac, torturato dall’umidità. “Anche lui lo faceva con gli autori che stimava,” rispondo brevemente. “Andava in bici?” chiede il mio amico, con speranza negli occhi. “Non credo,” lo deludo. “Peccato,” sospira, mentre il semaforo ci libera. “È un bellissimo modo di viaggiare.”
Appena trasferito a Milano, Tondelli sperimenta una nuova tecnologia che rivoluziona il suo modo di scrivere. Dopo anni passati a usare la vecchia Olivetti, passa al personal computer, scoprendo le potenzialità della videoscrittura: utilizza per la prima volta la funzione di ricerca all’interno del testo e il “copia e incolla”, lamentandosi di non aver avuto queste possibilità prima. Il nuovo romanzo su cui sta lavorando è il più ambizioso della sua carriera e, sebbene non lo sappia ancora, sarà l’ultimo che avrà il tempo di completare. Solo Elisabetta Sgarbi, la sua editor, e Mario Andreose, il direttore di Bompiani, sono a conoscenza del progetto. Bastano i primi invii parziali del manoscritto, accompagnati dall’invito a collaborare, per riconoscere in esso tratti di un’opera straordinaria, “una bellissima e toccante storia d’amore”.
Camere separate è un romanzo che esplora a fondo i turbamenti di Tondelli: il passare del tempo, la condizione omosessuale, il tema dell’abbandono, e il senso di colpa che lo accompagna da sempre “per essere nato, per aver occupato un posto indesiderato, per l’infelicità di sua madre, per la rozzezza del suo paese”. La storia narra di Leo, scrittore come lui, del suo lutto per la perdita dell’amato Thomas e del difficile viaggio interiore e nei luoghi del proprio passato, alla ricerca di un motivo per continuare a vivere.
Quando la versione finale del romanzo arriva in redazione, appare subito un gelo nei dirigenti di Bompiani: Leo non deve affrontare solo il dolore della perdita, ma anche la prefigurazione della propria morte. È malato, condannato nel fiore degli anni, come migliaia di uomini e donne della sua generazione, da una “spada” condivisa, un rapporto non protetto o una trasfusione d’urgenza.
“Inizierà le sue cure,” scrive Tondelli riguardo al protagonista, “cambierà letti negli ospedali, ma saprà sempre che sarà tutto inutile, che finalmente, per grazia di Dio Onnipotente e per lui e la sua malattia metafisica, è giunto il momento di dirsi addio.”
È solo un romanzo, si chiedono in redazione, o c’è dell’altro? A Brescello, le statue di Don Camillo e Peppone si fronteggiano, mentre la piazza si riempie di spettatori per il passaggio del Giro d’Italia. Il curato, con il sorriso di Fernandel, si trova sotto la chiesa del celebre “Cristo parlante”, mentre il sindaco, con le sembianze di Gino Cervi, si ripara all’ombra del municipio; per una foto con lui, si deve attendere che una coppia di turisti tedeschi si sfoghi con i loro selfie. Il museo dedicato ai due personaggi ospita una serie di cimeli cinematografici, comprese edizioni originali del Bertoldo e del Candido, i due giornali per i quali Guareschi lavorò prima e dopo la guerra, sino al processo che lo contrappose a De Gasperi e che gli costò la prigione e il lavoro, relegandolo a trascorrere gli ultimi anni tra l’‘Incompiuta’ e la