Inizio del processo per genocidio del Myanmar alla Corte internazionale di giustizia
Il 12 gennaio è iniziato alla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, il processo per stabilire se il Myanmar abbia commesso un genocidio nei confronti della popolazione rohingya, un evento storico che potrebbe avere ripercussioni oltre i confini del Myanmar, riporta Attuale.
Il caso, presentato nel 2019 dal Gambia, un piccolo stato dell’Africa occidentale a maggioranza musulmana, riguarda i rohingya, un gruppo etnico musulmano originario principalmente dello stato di Rakhine, dove predominano i buddisti. Storicamente, i rohingya hanno subito discriminazioni e ostracismo, perdendo il diritto di cittadinanza a partire dagli anni Ottanta.
Nel 2017, l’esercito birmano avviò una brutale campagna di persecuzione contro i rohingya, caratterizzata da uccisioni indiscriminate, saccheggi e stupri di massa. Interi villaggi furono incendiati, e si stima che oltre 700mila rohingya siano stati costretti a fuggire in Bangladesh, dove vivono attualmente in campi profughi in condizioni precarie.
All’epoca, la leader de facto del governo birmano era Aung San Suu Kyi, figura acclamata per la sua lotta per i diritti umani, ma accusata di aver permesso la persecuzione dei rohingya. Nel 2019, difese l’operato militare alla Corte, sostenendo che fosse una risposta legittima a minacce armate, definendo le accuse di genocidio come «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine».
Un’inchiesta separata della Corte penale internazionale è stata aperta sui fatti del 2017. Diverse da quelle della Corte internazionale di giustizia, queste indagini possono coinvolgere individui accusati di crimini di guerra. Nel 2024, il procuratore capo Karim Khan ha richiesto un mandato di arresto internazionale per Min Aung Hlaing, all’epoca comandante dell’esercito e ora a capo della giunta militare al potere dopo il colpo di stato del 2021.
Il processo attuale è il primo in cui i giudici si pronunceranno riguardo a una controversia per genocidio proposta da uno stato non leso. Nicholas Koumjian, a capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, ha dichiarato che questo caso potrebbe stabilire un importante precedente nella definizione e nella prova del genocidio, con il processo che potrebbe durare anni.
Esperti fanno notare che le implicazioni di questo precedente potrebbero estendersi ad altri casi, come quello attualmente in corso contro Israele per i crimini nella Striscia di Gaza, intentato dal Sudafrica nel 2024. In entrambi i casi, l’elemento più difficile da provare sarà l’intento genocidario, cioè la volontà specifica di distruggere un popolo in tutto o in parte.
È davvero sconcertante pensare che nel 21° secolo ci siano ancora paesi che commettono atrocità così terribili contro la propria popolazione. I rohingya meritano giustizia e speranza, ma mi chiedo se le vere conseguenze di questo processo arriveranno mai. La comunità internazionale deve svegliarsi e agire!!!