Le complessità della pace tra Israele e Hamas: il ruolo di Hezbollah e degli attori regionali
DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – La fine della guerra non implica automaticamente la conclusione del conflitto, come sottolinea il cardinale e patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa. Anche nella migliore delle ipotesi, in cui il piano Trump approdi a una stretta di mano tra i promotori e Hamas, restano moltissime incertezze riguardo alla sua attuazione e, soprattutto, agli scenari futuri. In un’ipotetica Gaza priva di bombe, macerie e ostaggi, chi potrà garantire che i germi tossici piantati da Hamas non attecchiscano?, riporta Attuale.
Da dopo il 7 ottobre, Israele ha fatto un giuramento: non cadere nuovamente nel tranello di una pace apparente. Per evitare ciò, è necessario mantenere una presenza militare a lungo termine, disarmare Hamas e trasferire la Striscia di Gaza sotto il controllo di Paesi ritenuti amici, che abbiano accettato i venti punti del piano di pace. Tuttavia, si sa che Hamas non ha intenzione di cedere su questi punti. Anche se gli ostaggi verranno liberati, come lasciato intendere da Trump, le posizioni rimangono ancora molto distanti.
Sulla questione del disarmo, le risposte finora ricevute sono state simili a un rifiuto: «Non ci pensiamo nemmeno. Restituiremo le armi solo quando lo Stato della Palestina avrà il suo esercito». Ci si chiede quindi come evitare che si ripeta con Hamas quanto accaduto con Hezbollah in Libano, dove anche dopo un accordo di tregua, i miliziani hanno rifiutato di consegnare le armi. La guerra con Israele era iniziata subito dopo l’attacco di Hamas da Gaza. Gli abitanti dei kibbutz israeliani raccontano come vivevano, con i giubbotti antiproiettile, raccogliendo frutta nei loro giardini, mentre i razzi e i colpi di mortaio colpivano quotidianamente. In risposta, le Forze di sicurezza israeliane all’inizio avevano reagito in maniera contenuta, per poi intensificare la loro potenza di fuoco fino alla eliminazione del leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, e all’operazione del Mossad per colpire i suoi miliziani.
Novembre 2024 ha visto un accordo per il cessate il fuoco e la creazione di una zona cuscinetto sgombra dalla presenza di Hezbollah, tuttavia, il gruppo rifiuta ancora di consegnare le armi nonostante le ripetute richieste del governo libanese. Si pone ora la domanda: finirà così anche per Hamas, con il rischio che i combattenti si riorganizzino e riprendano forza nel tempo? È realisticamente possibile escludere questo movimento fondamentalista dal futuro della Striscia? Le risposte a queste domande dipendono in gran parte dal ruolo del Qatar, un attore fondamentale in questo contesto geopolitico.
Il Qatar e la Turchia sono attori chiave e, da due anni, si propongono come mediatori nel dialogo con Hamas. Il presidente statunitense ha coinvolto anche questi Paesi arabi nel suo piano di pace, promettendo supporto al Qatar in caso di attacchi sul proprio territorio, una condizione che ha limitato le capacità di Israele di lanciare operazioni per eliminare i membri di Hamas. Una clausola che, recentemente, ha fatto sorgere interrogativi sulla protezione offerta dal Qatar ai militanti in caso di attacchi mirati, anche da parte del Mossad. Secondo il Times of Israel, Yonah Jeremy Bob suggerisce che la vera questione è se gli Stati Uniti e la comunità internazionale permetteranno le operazioni dell’Idf e gli attacchi chirurgici contro Hamas, che continuano a cercare di infrangere le regole del cessate il fuoco e aspirano a riconquistare il potere. Per ora, la risposta rimane incerta e attesa, in attesa di un accordo definitivo.
È davvero preoccupante vedere come la situazione continui a complicarsi… Sembra che ogni tentativo di pace sia solo un trucco per guadagnare tempo. La storia ci ha già insegnato che disarmare Hamas non sarà affatto facile, e le promesse di pace suonano come già sentite in passato. Quanti altri conflitti dobbiamo affrontare per capire che le soluzioni facili non esistono?!