Le immagini dell’estate italiana stanno circolando sui social, presentando attimi di convivialità e spensieratezza di famiglie e amici al mare, in montagna, o in splendide città d’arte. Tuttavia, nel bel mezzo di questi momenti condivisi, emerge un’altra narrazione estiva, quella che racconta una realtà ben diversa, riporta Attuale.
Dall’Ucraina a Gaza, dal Sudan al Congo
Con un gesto automatico, scorriamo alla foto successiva: Gaza. Bambini rifugiati in tende surriscaldate, i volti pieni di polvere, gli occhi fissi nella fotocamera. La guerra non ha stagione, ma quest’estate sembra più presente, più evidente e difficile da ignorare. In un’altra parte del mondo, madri fuggono abbracciando i loro piccoli in Sudan, mentre uomini setacciano le macerie in Ucraina e intere comunità si spostano nel Nord Kivu, in Congo, in fuga da fame e violenza. Anche loro fanno parte dell’estate del 2025, ma senza valigie o infradito. Questa è un’estate che separa: chi la vive, chi lotta per sopravvivere.
Per noi in Occidente, l’estate è sempre stata intesa come un periodo di pausa e relax, un diritto al sollievo. È un momento leggero, quasi sospeso, in cui tutto può essere rimandato. Ma oggi, questa leggerezza sembra riflettere una realtà meno innocente, poiché mentre ci concediamo il lusso della distrazione, la realtà continua a bussare con immagini troppo forti per passare inosservate. Ovunque, nei feed dei social e nelle pagine dei giornali, si sente l’indignazione o la rassegnazione. Indubbiamente, non possiamo più affermare di non sapere.
Il senso di colpa del privilegio
In questo contesto, un certo senso di colpa intacca il nostro benessere. Non ci impedisce di vivere appieno, ma accompagna i nostri momenti di svago e tranquillità. È un peso che non sappiamo come gestire, perché spegnere il telefono non basta a farlo svanire. È un cortocircuito di due tempi distinti: il nostro tempo libero rispetto a quello sospeso di chi vive sotto il fragore delle bombe. Alcuni definiscono questo disagio come “privilegio”: la libertà di annoiarsi, di non pensare, di scegliere il silenzio. Quando la guerra si avvicina non solo fisicamente, ma anche attraverso l’onnipresenza di queste immagini, il privilegio si accompagna a una nuova responsabilità. Tuttavia, questa costante esposizione rischia di condurre all’insensibilità. La guerra è diventata contenuto: ogni bombardamento si trasforma in un evento virale, ogni sfollamento diviene una notizia dell’ultimo minuto che dura per poche ore. Un paradosso dell’iper-visibilità ci travolge: vediamo talmente tanto da non riuscire più a discernere cosa ci colpisce veramente.
Susan Sontag scriveva, riguardo alla fotografia di guerra, che il dolore altrui, quando mostrato con eccessiva frequenza, può non insegnarci nulla. “Inondati da immagini che in altre epoche ci avrebbero scioccato, stiamo perdendo la nostra reattività. La compassione, tirata al limite, si intorpidisce,” nota la filosofa americana ne ‘Il dolore degli altri’. Pur essendo un libro del 2003, le sue parole risuonano con la nostra quotidianità: “Non riusciamo a immaginare davvero come sia stato.” Proprio questo sembra sintetizzare le nostre inquietudini: vedere, ma non sapere come reagire a ciò che apprendiamo.
Non esistono soluzioni semplici – come evidenzia Sontag. Tuttavia, possiamo iniziare con una consapevolezza più sincera: non smettere di osservare, ma guardare con maggiore attenzione. Interrogarci su come usare questa consapevolezza per rimanere vigili, attenti e presenti. Integrare nella nostra vita quotidiana – anche in estate – gesti che possano tenere vive l’attenzione e, perché no, offrire un contributo a queste cause.
L’estate continuerà a essere – e rimarrà sempre – una stagione di felicità solo per chi ha la possibilità. Se non possiamo cambiare il destino di chi si trova in guerra, almeno possiamo smettere di fingere che non ci riguardi. Anche l’empatia, se non mostrata in modo superficiale, è una forma di azione.