La guerra torna a Gaza: gli attacchi israeliani colpiscono i civili di Rafah

19.10.2025 23:15
La guerra torna a Gaza: gli attacchi israeliani colpiscono i civili di Rafah

DALLA NOSTRA INVIATA
RAMALLAH – Le bombe tornano a cadere su Rafah, il suono sordo che squarcia il cielo si fa di nuovo sentire fino al campo profughi di Al Mawasi. Sarah Nasser riconosce quel rumore, smette di lavare i panni e corre verso la tenda. «È tornata la guerra?», chiedono i bambini. «Da ieri bombardano dappertutto. Non posso pensare di rivivere l’inferno», commenta la donna di Khan Younis, riporta Attuale.

L’Esercito israeliano ha definito questo evento una «ondata di attacchi a sud di Gaza». L’aeronautica ha lanciato oltre cento raid su decine di obiettivi, includendo assassinii mirati con droni. I bombardamenti hanno colpito Khan Younis, Nuseirat e Zawaida. «Dicono che lo fanno perché Hamas ha violato il cessate il fuoco uccidendo due soldati israeliani. I miliziani smentiscono, ma noi civili siamo sempre al centro del conflitto. Nessuno ha mai creduto a questa tregua, ma siamo scioccati da quanto poco sia durata», afferma Soliman Hijjeh, giornalista. «Oggi hanno ucciso un altro collega; oltre duecento reporter sono morti in questo conflitto», aggiunge.

Sangue e sacchi bianchi

I video tornano a mostrare barelle in movimento e bambini sanguinanti. I corpi distesi in sacchi bianchi, arti carbonizzati e genitori in lutto aumentano il terrore tra la popolazione. «Dieci giorni senza bombe non significano nulla. È riscoppiato il panico», dice Sami Abu Omar, che si trovava a qualche centinaio di metri dal raid di Zawaida. «Credevo che volessero scacciarci, ora temo vogliano sterminarci. Ci tengono rinchiusi in questa gabbia di macerie mentre sganciano missili: quali colpe abbiamo noi?». A Gaza, oltre alle bombe, la chiusura dei valichi e la mancanza di aiuti preoccupano maggiormente. Rafah, al confine con l’Egitto, avrebbe dovuto aprire oggi, ma la paura che Israele sospenda le consegne umanitarie spinge la gente verso i mercati. «Non abbiamo avuto abbastanza tempo per dimenticare gli effetti delle bancarelle vuote. Qui temiamo di tornare ad avere fame», prosegue Sami, descrivendo come durante i periodi più neri alcune madri deponessero un sasso legato alla pancia dei figli per attutire la fame.»

I bambini

A Gaza, il tema dei bambini è al centro dei discorsi. Stanno appena cominciando a tornare a giocare sulla spiaggia, mangiare cioccolatini e pensare alla scuola. «Chi glielo dice che forse è già finita?» si chiedono i genitori. Qualcuno appare più ottimista: «Il cessate il fuoco andrà avanti; accadrà come in Libano: occasionali bombardamenti continueranno. Inoltre, stanno per arrivare in Israele Steve Witkoff, Jared Kushner e il vicepresidente americano JD Vance: Benjamin Netanyahu non può permettere un disguido con Donald Trump», scrive Soliman. «Il presidente americano manda pezzi da novanta e fa pressione su Israele per difendere la fragile tregua che già mostra i suoi limiti», osserva.

Le speranze

C’è un detto palestinese che afferma: «Quando stai annegando, ti devi aggrappare anche a un rametto». In questo caso, chi lotta è la gente di Gaza e il rametto è il presidente degli Stati Uniti. «Non avrei mai pensato di sperare in quel personaggio», sorride Sami. «L’esercito israeliano sostiene di aver ucciso miliziani durante gli attacchi, ma Soliman evidenzia che i numeri sono «estremamente sproporzionati: nei raid muoiono soprattutto civili. Ieri, hanno colpito una caffetteria sulla costa di Zawaida, portando alla morte di sei persone — trentamila in totale, secondo il ministero di Hamas».

Il conflitto sarebbe iniziato a seguito degli scontri a Rafah tra le Brigate al Qassam e Yasser Abu Shabab, il noto criminale locale accusato di traffico di armi e collusione con Israele. Soliman osserva: «Abbiamo solo nemici qui. Il primo è l’esercito israeliano che ci bombarda. Ma non sosteniamo neanche questo criminale o Hamas. Non c’è via d’uscita per il nostro popolo». Mohammed Amerin, un ristoratore, mette in evidenza le problematiche quotidiane: «Siamo appena tornati a Nord, non posso pensare a un ulteriore trasloco, è troppo per me e i miei figli».

Tom Fletcher, responsabile umanitario delle Nazioni Unite, è entrato sabato nella Striscia, evidenziando la gravità della distruzione e la resilienza della popolazione palestinese. Ha affermato: «Niente ti prepara a Gaza».

1 Comment

  1. Una cosa incredibille! È sconvolgente vedere come i civili paghino sempre il prezzo più alto. Ma che mondo è questo? Queste immagini di bimbi e famiglie distrutte fanno solo male… Non c’è pace, solo sofferenza. La storia si ripete sempre… mah.

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