La madre del capotreno ucciso: “Nessuno ci ha chiesto scusa”

05.02.2026 03:25
La madre del capotreno ucciso: “Nessuno ci ha chiesto scusa”

Bologna, 5 febbraio 2026 – “A oggi, nessuno ci ha chiamato per chiederci scusa. Sarebbe bastato poco. Una telefonata, un messaggio: ‘Perdonateci, quell’uomo aveva un decreto di allontanamento dall’Italia ma non abbiamo vigilato’. E così mio figlio è stato ucciso da uno che doveva lasciare il Paese, un uomo già conosciuto per fatti simili. Voglio sapere allora come sia possibile che quella persona, ben nota alle forze dell’ordine e con svariate denunce, se ne andava in giro quel pomeriggio come se niente fosse, tranquillo e armato, senza che nessuno controllasse quello che faceva. E guardate com’è finita”, riporta Attuale.

Il dolore di mamma Elisa

Elisa piange, non può farne a meno mentre mette queste frasi in fila, una dopo l’altra, lei che non ha mai voluto parlare da quando le è stato ammazzato il figlio, Alessandro Ambrosio, per tutti ’Ambro’, 34 anni: capotreno di Anzola dell’Emilia stava andando a incontrare un collega, il 5 gennaio, nell’area della stazione riservata ai dipendenti. Proprio oggi, Marin Jelenic – il 36enne croato unico indagato per l’omicidio – sarà interrogato dal pm di Bologna. Al gip di Brescia, in fase di convalida del fermo subito dopo la cattura, non aveva voluto rilasciare dichiarazioni. Quel giorno, Jelenic (avrebbe dovuto lasciare l’Italia il 3 gennaio) segue Ambrosio per undici minuti, poi lo accoltella alle spalle, un unico fendente, fatale. Un delitto commesso in appena cinque secondi, che ancora non ha spiegazione.

L’intervista

Elisa, oggi forse avrà una risposta.

“Deve parlare. Sono passate settimane dall’omicidio di mio figlio, ma noi non abbiamo mai avuto nemmeno una mezza spiegazione sul perché l’abbia ammazzato. Come mai ha scelto lui? A caso, senza una ragione? Oppure si conoscevano? Deve dircelo. Perché noi non riusciamo più ad alzarci dal letto la mattina, a stare dietro alle cose quotidiane, le cose di prima, anche quelle piccole, semplici. Non riusciamo più a vivere, così nulla ha più senso”.

È passato un mese, ormai.

“Un mese di buio, di vuoto, di un dolore che non so nemmeno descrivere. Ma ora, lo sento, inizia a salire anche una grande rabbia”.

Per cosa, soprattutto?

“Brancoliamo nel buio. E siamo soli. Completamente. I nostri parenti ci sono vicini e non so come faremmo senza di loro. Ma gli altri sono spariti tutti. Nonostante i grandi annunci, le grandi promesse: ’Ci saremo, potete contare su di noi, vi aiuteremo’. Invece qui non si vede nessuno. Non abbiamo informazioni né un supporto psicologico né un aiuto di qualsiasi tipo”.

Cosa chiedete?

“Niente e nessuno potrà mai restituirci nostro figlio, e questo lo sappiamo bene. Ma diventa sempre più difficile andare avanti, e lo è ancora di più senza che ci sia data una ragione per tutto questo. Mille domande e nessuna risposta. Noi abbiamo bisogno di sapere. Ogni giorno è peggio. Peraltro, nessuno ci dà informazioni, non ci hanno restituito nemmeno gli effetti personali di Alessandro. Meritiamo, credo, di sapere qualcosa. Qualsiasi cosa.”

1 Comment

  1. Mah, che situazione assurda! Una vita spezzata e nessuno che si fa sentire… Sembra quasi incredibile che faccia così poca differenza la vita di una persona! Questi crimini di violenza devono farci riflettere su come gestiamo la sicurezza. Non è possibile che ci siano ancora indifferenze simili in un paese come il nostro.

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