Manifestazioni in Iran: escalation della violenza e richieste economiche
In Iran, sono in corso manifestazioni di grandi dimensioni, le più significative dal 2022, quando il movimento “Donna, vita, libertà” coinvolse centinaia di migliaia di persone per mesi. Le proteste attuali, motivati da questioni economiche, hanno visto una partecipazione inizialmente ridotta, ma si sono già diffuse in molte città del paese. Dopo giorni di relativa calma, tra mercoledì e giovedì sono scoppiate violenze, con scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, causando diverse vittime, riporta Attuale.
Il bilancio delle vittime è difficile da accertare. L’unica persona le cui autorità hanno confermato ufficialmente la morte è un membro volontario delle Guardie rivoluzionarie, ucciso durante gli scontri a Kuhdasht, nella parte occidentale dell’Iran. Tuttavia, secondo i media locali e le organizzazioni per i diritti umani, il numero delle vittime sarebbe almeno sette, come riportato venerdì da Associated Press.
Le violenze più rilevanti si sono registrate ad Azna, una città nella provincia del Lorestan, a 300 chilometri a sud-ovest di Teheran, dove i manifestanti hanno dato fuoco alla stazione di polizia e le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco sulla folla. Secondo Fars, un’agenzia di stampa affiliata alle Guardie rivoluzionarie, sono stati uccisi tre cittadini.
Significative proteste hanno preso piede anche a Lordegan, a meno di 500 chilometri a sud della capitale, dove, secondo quanto riportato da Fars, due persone sono state uccise. La notizia è stata confermata anche da organizzazioni non governative come l’Hengaw Organization for Human Rights, con sede in Norvegia. Nella provincia di Isfahan, a circa 400 chilometri a sud di Teheran, sarebbe stata registrata un’altra vittima.
Oltre alle uccisioni, in diverse località le forze di sicurezza hanno risposto alle proteste utilizzando cariche, idranti e lacrimogeni, un cambiamento significativo rispetto ai primi giorni di manifestazione, durante i quali il governo aveva adottato un atteggiamento più conciliatorio e mantenuto una repressione contenuta. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, rappresentante della corrente riformista meno radicale del regime, ha tentato giovedì di mantenere aperto il dialogo, affermando: «In base al Corano, se non risolviamo i problemi delle persone, siamo destinati all’inferno».
Malgrado ciò, l’aumento della repressione evidenzia il rischio di un deterioramento della situazione. Le manifestazioni erano iniziate domenica, nei mercati di Teheran, dove alcuni commercianti del settore tecnologico avevano chiuso i loro negozi per protestare contro il deterioramento delle condizioni economiche, il crescente tasso di inflazione e il crollo della valuta. Successivamente, le manifestazioni si sono diffuse ad altri mercati, alle università e infine in tutto il paese.
L’economia iraniana è in una situazione critica. Dopo il conflitto di giugno con Israele e Stati Uniti, la valuta iraniana ha raggiunto il suo minimo storico e i ricavi dalle vendite di petrolio sono diminuiti a causa delle sanzioni statunitensi. A dicembre, il tasso di inflazione ha toccato il 40%, rendendo molti beni inaccessibili per la popolazione.