Il 3 febbraio 2026 il comandante della Royal Navy britannica Gwyn Jenkins ha avvertito che gli investimenti della Russia nel Northern Fleet non hanno subito rallentamenti, nonostante l’impegno militare prolungato in Ucraina. L’allarme è stato lanciato durante un intervento congiunto con i vertici navali di Stati Uniti, Francia, Italia e Paesi Bassi, evidenziando una minaccia che si sviluppa lontano dai campi di battaglia dell’Europa orientale.
Secondo Jenkins, Mosca continua a destinare risorse significative in particolare alle capacità subacquee, considerate centrali per la proiezione di potenza nel Nord Atlantico. Il messaggio è chiaro: la guerra in Ucraina non ha assorbito l’orizzonte strategico russo, ma convive con una pianificazione di lungo periodo orientata al confronto con l’Occidente.
Le valutazioni del comandante britannico sono state rilanciate anche in un’analisi dedicata alla postura navale russa e ai flussi di investimento militare nel Nord Europa su una valutazione della Royal Navy sulla strategia russa, che sottolinea l’urgenza di una risposta coordinata dell’Alleanza.
Atlantico e Nord Europa tornano al centro della competizione strategica
Il rafforzamento del Nord non è un fenomeno isolato, ma parte di una strategia volta a mettere sotto pressione le linee di comunicazione transatlantiche. Per la NATO, la capacità di trasferire rapidamente forze e materiali tra Nord America ed Europa rappresenta un pilastro della deterrenza, oggi esposto a rischi crescenti.
Jenkins ha ricordato che già alla fine del 2025 il Regno Unito si trovava vicino a perdere il vantaggio navale nell’Atlantico per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale. Senza una modernizzazione accelerata e senza il sostegno degli alleati, la Royal Navy faticherebbe a tenere il passo con l’evoluzione tecnologica e numerica delle forze russe.
Negli ultimi due anni si è inoltre registrato un aumento di circa il 30% delle incursioni russe nelle acque britanniche. La presenza ricorrente di unità di sorveglianza e di sottomarini indica un’attività sistematica, non episodica, che mira a testare reazioni, tempi di risposta e capacità di monitoraggio occidentali.
Infrastrutture sottomarine come nuova linea di frattura
Particolare preoccupazione suscita l’attenzione russa verso le infrastrutture sottomarine. Navi specializzate, come unità di ricerca oceanografica con compiti ambigui, sono sospettate di mappare cavi per telecomunicazioni, condotte energetiche e rotte militari. Questo tipo di attività si colloca sotto la soglia del conflitto aperto, ma ha un elevato potenziale destabilizzante.
Mosca considera il fondale marino un punto debole strutturale delle economie occidentali. La maggior parte delle comunicazioni digitali e delle transazioni finanziarie dipende da cavi sottomarini, la cui vulnerabilità rende possibili shock a catena anche a seguito di danni limitati.
In questo contesto, il rafforzamento di unità russe dedicate alle operazioni in profondità amplia il ventaglio di opzioni ibride a disposizione del Cremlino. Per Londra e per i partner europei, sottovalutare questa dimensione significherebbe ignorare una delle minacce meno visibili ma più incisive.
Una sfida di resilienza per la NATO e per l’economia europea
La pressione sul dominio marittimo non ha solo implicazioni militari. Un’interruzione delle infrastrutture sottomarine avrebbe effetti immediati sui mercati finanziari, sulla logistica e sui servizi digitali. Per il Regno Unito, hub finanziario globale, il rischio assume una valenza diretta di sicurezza economica nazionale.
La strategia russa punta a combinare deterrenza militare, ambiguità operativa e disinformazione, creando incertezza sulla capacità dell’Occidente di proteggere i propri asset critici. Questo approccio consente di esercitare pressione senza assumersi apertamente la responsabilità di un atto ostile.
L’avvertimento lanciato da Jenkins indica che il tempo è un fattore decisivo. Se la NATO non accelera l’adattamento delle proprie forze navali e la protezione del fondale marino, il rischio non è uno scontro improvviso, ma una progressiva erosione della sicurezza e della credibilità dell’Alleanza nel cuore dello spazio euro-atlantico.