L’Operazione Rising Lion non si limita a colpire il programma nucleare iraniano, ma si allinea anche alla strategia della decapitazione. Questa tecnica, già utilizzata da Israele contro nemici regionali come l’Hezbollah libanese e Hamas palestinese, raggiunge ora un livello superiore, mirando a figure centrali all’interno della leadership iraniana e prevedendo un’azione segreta che consente di penetrare profondamente nel nemico, riporta Attuale.
Obiettivi cruciali sono stati colpiti da droni-kamikaze lanciati da «avamposti» del Mossad in Iran. Questi droni, introdotti clandestinamente nel paese, sono stati utilizzati in attacchi coordinati verso il sito missilistico di Esfajabad, non lontano dalla capitale. Questo modus operandi fa riferimento all’operazione ucraina contro le basi aeree russe, sottolineando la creazione di un network complesso e ben pianificato per raggiungere i target.
In passato, Israele ha effettuato attacchi simili, come quello di Isfahan nel 2023, dove anche piccole incursioni hanno mantenuto alta la pressione sugli ayatollah, fungendo da test per future operazioni più ampie. La pianificazione a lungo termine e le modalità operative indicano la presenza di complicità interne e l’utilizzo di tecnologie avanzate. Un ampio network di infiltrazione ha reso possibile avvicinarsi a obiettivi di alto livello, supportato da una <quinta colonna formata da collaboratori locali.
Il bilancio delle vittime è in fase di accertamento, ma è già emerso un elenco iniziale di alti ufficiali uccisi, tra cui il comandante dei Pasdaran, Hossein Salami, il capo di Stato Maggiore Mohammad Bagheri e il vice Gholamali Rashid. Alì Shamkhani, consigliere dell’ayatollah Khamenei, è stato gravemente ferito. La lista delle vittime include anche Amir Ali Hajizadeh, a capo della divisione aerospaziale, considerato uno dei più preziosi strateghi militari iraniani.
Le ripetute ondate di attacchi mirano a destabilizzare il regime iraniano in un momento cruciale. In risposta, gli ayatollah hanno nominato nuovi generali, come Ahmad Vahidi, per rafforzare la leadership militare. Tuttavia, sorprende come non siano state adottate adeguate misure di sicurezza, nonostante i segnali premonitori di un attacco imminente. Questo scenario ricorda l’eliminazione della leadership di Hezbollah a Beirut, quando i vertici furono rintracciati e colpiti nei loro rifugi.
La rimozione di figure chiave solleva tre questioni fondamentali: primo, l’intelligence israeliana ha dimostrato di sapere esattamente dove trovarli; secondo, potrebbe esserci l’intento di incitare a una reazione a catena all’interno dell’Iran, con ripercussioni politiche e sociali significative; terzo, le continue eliminazioni attestano la debolezza strutturale delle forze di sicurezza iraniane.
Un altro aspetto critico riguarda il settore della ricerca, che ha visto la morte di almeno sette scienziati legati al programma nucleare. Tra questi, figura Fereydon Abbasi-Davari, che ha avuto un ruolo determinante nell’ente atomico nazionale e ha già sopravvissuto a un attentato nel 2010. Gli altri scienziati erano accademici che hanno contribuito in modo sostanziale allo sviluppo della tecnologia nucleare iraniana e venivano monitorati da Israele da anni, con campagne di eliminazione avviate già nel 2001.
L’operazione che ha portato all’eliminazione di Mohsen Fakrizadeh, considerato il “padre” del programma nucleare iraniano, ha ulteriormente dimostrato la capacità di infiltrazione di Tel Aviv, evidenziando le falle nel sistema di sicurezza iraniano.